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venerdì 3 maggio 2013
IL FIGLIO DI IRENE
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sabato 19 febbraio 2011
RACCONTINO NOIR
Sono una spirito solitario.
Amo l’ordine del mio appartamento, soprattutto in cucina: la rastrelliera dei coltelli ben affilati, gli strofinacci colorati, le scatole di detersivi in fila, gli elettrodomestici, frigorifero, lavatrice, lavastoviglie, frullatore.
Di questi ultimi mi piace molto il rumore, mi tiene buona compagnia, soprattutto quello della lavatrice, che, non ci credereste, non si limita ai soliti frrr o trrr, ma canta parole sempre diverse ad ogni nuovo carico di panni.
A volte dice giappunesi giappunesi (dimenticavo di dirvi che si esprime in napoletano) oppure ampresso ampresso; stamattina ripeteva oilloco oilloco a perdifiato.
Come vi dicevo sono un solitario, ordinatissimo.
E quando lei è arrivata, ieri sera, per cenare (lei credeva) avevo già tutto pronto: coltello, sacco di plastica, strofinacci e detersivi per ripulire tutto.
Ho portato il sacco in ascensore, di notte, fino al box, l’ho messo nel cofano dell’automobile e sono andato a scaricarlo in una sterpaglia inaccessibile, a me nota fin dall’infanzia.
Non era una cattiva ragazza, anzi era pure bellina, ma con certe ubbie di legami, di convivenza (figuriamoci).
Ho pulito accuratamente tutto l’appartamento, ho messo gli strofinacci in lavatrice, che si è messa a brontolare maronna maronna e mi ha dato un po’ fastidio.
Come era prevedibile, dopo qualche giorno è arrivata la polizia.
E non ci credereste, ma la lavatrice, che era stata appena avviata, si è messa a strepitare assassino assassino…
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giovedì 4 novembre 2010
RACCONTO DI CARNEVALE
- Su, su, nanetti è Carnevale, preparatevi, andiamo a divertirci- disse Biancaneve ai nanetti.
Cominciarono le solite lamentele: Pisolo diceva - ma io ho sonno, voglio dormire! -
Eolo si lagnava - ma io ho il raffreddore! Etcì etcì! Se esco mi raffreddo ancora di più! -
Mammolo mormorò arrossendo - ma io mi vergogno di andare in mezzo a tanta gente che non conosco! -
Gongolo, Cucciolo e Dotto, invece, dissero subito di sì.
Gongolo gongolava, Cucciolo saltava per l’impazienza e Dotto voleva uscire subito per andare a studiare le maschere.
Il più arrabbiato era il solito Brontolo - e che cos’è questo cavolo di Carnevale?! Vorrei sapere, quattro imbecilli mascherati, io non ci vengo, no, no, e no!! -
Alla fine Biancaneve riuscì a metterli tutti d’accordo, fece l’aerosol ad Eolo, poi uscirono, con Biancaneve in testa, i nani dietro in fila.
Che belle mascherine incontrarono! Arlecchino,Colombina, Zorro, Spiderman e tante fatine svolazzanti. Il più divertente di tutti era Pulcinella, che mangiava i maccheroni con le mani e faceva tante pernacchie. I nanetti si divertivano molto, ma ecco, improvvisamente, apparire un’altra Biancaneve seguita da sette nani.
Si guardavano stupefatti gli uni con gli altri e si schierarono in modo che ognuno avesse il suo gemello di fronte: Cucciolo con Cucciolo, Brontolo con Brontolo, ecc ecc...
Fu Brontolo ad iniziare le ostilità.
- Ehi tu, chi ti credi di essere, con questa faccia da cretino, il vero Brontolo sono io! - e tirò la giacca al falso Brontolo, il bambino mascherato, che fece altrettanto e così cominciarono a picchiarsi.
Allora si scatenò l’inferno: Cucciolo e il falso gemello si tirarono le orecchie, i due Gongolo le alucce dalla fronte, i due Eolo il naso, i due Dotto gli occhiali, i due Pisolo le barbe e i due Mammolo arrossirono e si fecero le linguacce.
Naturalmente le orecchie del vero Cucciolo non si staccarono, quelle del bambino mascherato da Cucciolo sì, e così per le alucce dei Gongolo e il naso degli Eolo: i nani veri urlavano più forte, perché si facevano davvero male.
Le due Biancaneve correvano avanti e indietro per dividerli, gridando.
Ma alla fine litigarono anche loro, strappandosi le corone e tirandosi i capelli. La vera Biancaneve urlava per il dolore, mentre quella falsa aveva perso la parrucca e così si era scoperto che era bionda.
Per fortuna arrivarono le altre mascherine che calmarono i litiganti, e alla fine si capì quali erano i veri nanetti e quali erano quelli in maschera, fecero tutti la pace e se ne andarono sotto braccio: Cucciolo con Cucciolo ecc…
Solo il vero Brontolo brontolava ancora, sottovoce - gli vorrei dare un altro pugno in testa a questo scemo! -
Ma poi si calmò e si mise anche lui sotto braccio al falso Brontolo, che era un burlone e lo fece ridere raccontandogli barzellette divertenti.
E Pulcinella concluse:
- Amici miei, balliamo e cantiamo, lanciamo i coriandoli e suoniamo le trombette. Evviva! E’ Carnevale e ogni scherzo vale!
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domenica 17 ottobre 2010
IL NANO VOLANTE
Nanetti, sveglia! disse Biancaneve.
Cucciolo e Gongolo, come sempre, furono i primi a saltare giù dai lettini.
Cucciolo, vai a lavarti e prepara la tavola per la colazione, ordinò Biancaneve, che aveva organizzato i turni settimanali apposta.
Appena il nanetto più piccolo di tutti fu uscito, Biancaneve batté le mani:
Presto, presto, alzatevi, ché dobbiamo preparare una festa a sorpresa per Cucciolo. Dopo colazione lo manderò in cucina a sbucciare le mele per la torta, e intanto noi gli faremo una bella improvvisata, oggi è il suo compleanno, l’avete dimenticato?
Allora cominciarono le proteste.
Pisolo si lagnò: Ma io voglio restare a dormire ancora!
Eolo accampò la solita scusa: Ma io ho il raffreddore, etcì, etcì!
Dotto si difese: Ma io sono vecchio e poi stamattina devo consultare un libro antico, che mi è appena arrivato…
Mammolo si fece tutto rosso e cominciò a balbettare: Ma ma io io so sono sta sta stanco!, per paura che, approfittando della sua timidezza, gli facessero fare i lavori più noiosi e pesanti.
Solo Gongolo era entusiasta: Evviva! Evviva! Una bella festa!
Brontolo addirittura si inferocì: Non contate su di me per quella testa di c…(l’ultima parola la brontolò fra i denti, perché Biancaneve non voleva sentire parolacce), e se ne uscì sbattendo la porta.
Tutti sapevano già che ce l’aveva con Cucciolo, alle volte si erano anche picchiati, perché in fondo in fondo (ma non lo avrebbe ammesso mai) Brontolo era geloso di Cucciolo, che essendo più piccolo, aveva più coccole da Biancaneve, perciò nessuno fece caso alla sua uscita.
Biancaneve comunque riuscì a metterli in riga, portò il caffè a Pisolo, fece l’aerosol ad Eolo, rassicurò Mammolo che gli avrebbe fatto fare solo lavoretti leggeri, infatti lo mise a ritagliare carte veline colorate per fare festoni; Gongolo gonfiò i palloncini, Pisolo provò la canzone di auguri al pianoforte, Dotto scrisse una poesia su un cartellone.
Nel pomeriggio cominciò la festa, i nanetti cantarono, suonarono, ballarono ed erano così infervorati che nessuno fece caso all’assenza prolungata di Brontolo.
Solo Biancaneve era preoccupata e ogni tanto, senza darlo a vedere, sbirciava dalla finestra.
Alla fine, mentre tutti cantavano in coro: Tanti auguri a te! Cucciolo commosso spense le 100 candeline sulla torta.
Allora Biancaneve, che non ne poteva più per l’ansia, invitò i nanetti a seguirla nel bosco per cercare il loro compagno assente, perché il sole stava tramontando e tra poco sarebbero avanzate le ombre della notte.
I nanetti cercarono dappertutto, chiamando Brontolo a turno e tutti insieme, ma di lui non trovarono nessuna traccia.
Scese la notte, ma Brontolo non si ritirò a casa.
Passarono i giorni e i mesi, Brontolo non tornava, i nanetti erano tristi e inquieti, perché in fondo gli erano tutti affezionati e sentivano la mancanza dei suoi brontolii.
Un giorno Biancaneve, che soffriva molto, anche se non lo dava a vedere per non avvilire di più i nanetti, per farli distrarre decise di condurli a vedere lo spettacolo di un circo che si era installato ai margini del bosco.
La seguirono di malavoglia, solo perché lei insisteva.
Videro elefanti, domatori di leoni, cavallerizze spericolate, pagliacci e alla fine fu annunciato un numero sensazionale: il Nano Volante.
Apparve sulla scena un nano con un mantello simile alle ali di un pipistrello, che doveva lanciarsi da un trapezio all’altro, nel vuoto.
I nanetti alzarono il naso in su e quando il Nano Volante lasciò il primo trapezio uscirono in un solo grido: Brontolo!!! Ma quello è Brontolo!!!
Il Nano Volante ebbe un attimo di esitazione, non raggiunse a tempo il secondo trapezio e cascò pesantemente sulla rete sottostante.
Biancaneve fu la prima ad accorrere, ma il povero nanetto era svenuto.
Lo portarono dietro le quinte e quando riaprì gli occhi, ancora tutto stordito, fu assalito dai suoi amici , che gli rivolsero mille domande e mille rimproveri:
Non mi hai fatto più chiudere occhio!diceva Pisolo.
E Dotto sospirava: Non riuscivo più a concentrarmi sui libri!
Mammolo balbettava più del solito e non si capiva niente di quello che stava farfugliando.
Gongolo ballava per la contentezza.
Eolo si soffiava il naso più rumorosamente del solito.
Cucciolo lo abbracciò forte forte e Biancaneve gli fece tante coccole.
Brontolo pareva confuso ma in fondo felice.
Piano piano fu tutto chiarito.
Il giorno del compleanno di Cucciolo, Brontolo, arrabbiatissimo, se n’era andato nel bosco, era inciampato su una radice e aveva battuto la testa, perdendo la memoria.
Il direttore del circo lo aveva trovato e gli aveva insegnato a volare tra i trapezi.
Era diventato bravo e gli era anche piaciuto esibirsi davanti alla folla nel circo, ma ora che, cadendo nella rete, aveva riacquistato la memoria, voleva tornare con Biancaneve e i suoi amati fratellini.
Il direttore del circo era molto dispiaciuto, ma si dovette arrendere.
Così Brontolo tornò nella casetta in mezzo al bosco, Biancaneve gli preparò tante ghiottonerie, gli altri nanetti gli fecero grandi feste, tanto che Brontolo per un bel pezzo…smise di brontolare!
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venerdì 8 ottobre 2010
DIARIO DI GUERRA
Era il 9 giugno 1940, avevo compiuto nove anni da pochi giorni, mio padre mi condusse a visitare la Mostra d’Oltremare, che quella sera si inaugurava (sarebbe stata chiusa il giorno dopo) in una vasta area, ai margini del mio quartiere, Fuorigrotta, in uno sfolgorio di luci e una grande ressa di visitatori.
Stringevo forte la mano di mio padre e guardavo con occhi stupiti quel paese delle fiabe, i minareti di pietruzze luccicanti, gli ascari con i loro costumi sgargianti (era la prima volta che vedevo un uomo “di colore”), la breve teleferica, che congiungeva la Mostra alla collina di Posillipo, ma soprattutto m’incantò la Torre del Partito, all’entrata, tutta illuminata, la cui parete frontale era interamente coperta da una gigantografia di lui, il Duce, a mezzo busto, in posa di condottiero, con un sorriso smagliante, che prometteva sicurezza, assicurava il successo, garantiva la vittoria.....
Il giorno dopo, 10 giugno, nel pomeriggio stavo tornando con mia madre verso casa e vidi improvvisamente le strade vuotarsi: la gente correva nei bar o a casa per ascoltare il discorso di Mussolini, la dichiarazione di guerra…
La voce tuonava dagli altoparlanti, io non capivo gran che, ma quando cominciarono a trasmettere le ovazioni della folla sotto il balcone di Palazzo Venezia, mia madre, che aveva già sofferto la Prima Guerra Mondiale, esclamò risentita:
“Vide lloco, chillu disgraziato!”
Raggelai: disgraziato al Duce, quello della gigantografia, delle letture sul mio libro di V elementare che inneggiavano al Fascismo, ai suoi martiri…Avevo perfino vinto un premio, in una gara tra gli alunni delle scuole elementari di Napoli, per un tema sul Duce…
Però non chiesi nulla: non si usava, ai miei tempi, chiedere spiegazioni ai grandi.....
Del Fascismo mi piaceva la mia divisa di Piccola Italiana, con la M di legno colorato cucita sul taschino,il gonnellino nero e il mantello che si chiudeva in gola con una catenella dorata: ah, quanto amavo il mio mantello, che indossavo ogni sabato per l’alzabandiera, davanti alla Casa del Fascio, dove c’era un altorilievo che rappresantava Filippo Corridoni…
E fu in quella casa del Fascio che per la prima volta incontrai il Teatro: non ricordo più l’argomento della recita, fatta da ragazzi della G.I.L.(Gioventù Italiana Littorio), probabilmente riguardava la guerra e l’immancabile vittoria finale, ma il momento culminante fu la canzone di Lili Marlene, cantata da una ragazza, sotto un finto lampione, con un costume che al cambio delle luci si colorava di blu di rosso di giallo…Ne fui affascinata
La prima sensazione della guerra è legata all’oscuramento.
La sera bisognava spegnere le luci o almeno schermare le finestre, per evitare che i bombardieri nemici individuassero i centri abitati.
Mio padre una sera stese un enorme foglio di carta azzurrina – quella usata per impacchettare i vermicelli – sulla tavola della cucina, sotto la carta moschicida, punteggiata di nero dagli insetti che vi erano rimasti invischiati, la tagliò a strisce e l’incollò sui vetri delle finestre, per evitare che si rompessero “per lo spostamento d’aria”, dovuto alle esplosioni.
Quando faceva buio, accendevamo una fioca luce solo in cucina, dove i vetri delle finestre erano stati completamente ricoperti da una carta nera lucida, quella che usavamo per ricoprire libri e quaderni scolastici, perché il nero mantiene (=dissimula) lo sporco.
Il capopalazzo girava intorno all’isolato delle Case Popolari - rione Duca d’Aosta - dove abitavamo e richiamava con voce stentorea gli inosservanti: signor Pagano! Spegnete le luci! Signora Valentini!
A proposito di quest’ultima, mi è rimasta impressa una sua conversazione con mia madre: la signora si mostrava molto compiaciuta perché dalla contraerea nemica non era stato abbattuto l’aereo pilotato da suo figlio, bensì quello che gli volava a fianco.
Lei attribuiva lo scampato pericolo del figlio alle sue preghiere, rivolte alla Madonna di Pompei.
E io pensai a quell’altro aviatore caduto con una stretta al cuore: per lui non aveva pregato nessuno?
Avevo ascoltato per anni i racconti di guerra di mio padre, che era tra i pochi uomini alti all’epoca, infatti aveva combattuto da granatiere nella Prima guerra Mondiale, a 20 anni, ed era stato anche ferito a un braccio. Descriveva la vita di trincea, gli scontri corpo a corpo con gli Austriaci sul Monte Grappa, quando avanzava con la baionetta inastata, come ubriaco, e una volta ci raccontò la fucilazione di un giovanissimo commilitone napoletano, che aveva cercato di fuggire e, riacciuffato, era stato subito fucilato mentre invocava a gran voce: “Mammà, Maronna mia!”
Erano comunque fatti lontani, mitici, mentre questa guerra era vicina, incombente, ci stava addosso a tutti, grandi e piccini.
Quando i bombardamenti si intensificarono, che tormento svegliarsi di notte al suono della “sirena” che ululava in cima ai tetti, rivestirsi in fretta e correre nel “rifugio”, che poi era lo scantinato del palazzo: le prime volte noi ragazzi giocavamo a nascondino dietro i pilastri, ma poi il rumore delle esplosioni impressionò anche noi…La mattina dopo cercavamo per strada le schegge della contraerea, però corse voce che i bombardieri lanciavano penne, che esplodevano in mano ai bambini e ci fu proibito di raccogliere qualunque cosa per la strada.
Sentivamo di palazzi crollati per i bombardamenti, di gente rimasta senza casa…Ormai dormivamo vestiti, per essere più pronti a scendere nel rifugio quando suonava l’allarme..
La sera una processione di famiglie si recava a passare la notte sotto la grotta che congiungeva Fuorigrotta con Mergellina: i più tempestivi, o più prepotenti, si erano accaparrati i posti al centro, considerati i più sicuri, ma i miei genitori non ci vollero mai mettere piede.
Altri, per paura o perché non avevano più casa, dormivano sui gradini delle scale della metropolitana: la mattina, per andare a scuola, dovevamo scavalcare corpi maleodoranti e misere masserizie…
La situazione divenne intollerabile, i bombardamenti imperversavano anche di giorno: ricordo una volta, a via Toledo, la folla in fuga, che mi schiacciava contro il muro, dove rimasi, bloccata dal panico, finché una donna mi trascinò via con sé, in un rifugio poco lontano…
Un’altra volta dovemmo scendere dal treno, fra la stazione del Corso Vittorio Emanuele e Montesanto, perché era mancata la corrente. Camminavo incespicando in un tunnel al buio, chi poteva si accendeva una torcia col giornale, un ragazzo che aveva solo un accendino mi chiese della carta e io sacrificai una parte del libro delle Fiabe di Andersen che avevo con me…
Quanto mi piacevano le canzoni del tempo di guerra! Ancora adesso, restano dolci nella memoria con i loro motivi, perché comunque legate alla fanciullezza:
La Sagra di Giarabub: Colonnello non voglio pane
dammi il piombo per il moschetto
……………………………………
Colonnello non voglio l’acqua
dammi il fuoco vendicatore…..
ma la preferita era: Soldatini di ferro, tanto più che me la cantava mio cugino Fernando, con il quale avevo un feeling infantile:
Dice il bimbo : Papà, per favor
sai tu dirmi se in petto hanno un cuor?
Sorridendo il papà dice: No
I soldati che vedi oggidì
Sono tutti di ferro così.
All’inizio del 1943 le scuole furono chiuse e gli alunni promossi in base ai voti del primo trimestre.
Allora sfollammo a Soccavo, attuale periferia sovraffollata di Napoli, allora un paese di campagna, a casa di mia zia Fortuna, una casa formata da due enormi stanzoni dalle pareti scrostate, in cui ci ammucchiammo una famiglia per camera, una cucina annerita con uno sportello in alto come unica bocca d’aria e una rientranza nel muro chiusa da una porta di legno: era il gabinetto!
In seguito ci trasferimmo in un terraneo di una casa di campagna e qui entrai in contatto diretto con la cultura contadina: i materassi erano riempiti di sbreglie, ovvero di foglie secche di granturco, che la mattina bisognava rivoltare, infilando le mani in un’apposita apertura del saccone; le contadine, scoprii, non portavano biancheria intima e urinavano sulle zolle aprendo le gambe, in piedi, il che mi impressionò non poco ( tutto sommato ero una cittadina!); imparai a raccogliere l’erba per i conigli, andando scalza per i prati (i piedi mi si allargarono e si indurirono, cosa di cui da adolescente mi sarei rammaricata) e a spaccare i tronchetti di legno con l’accetta.
La sera, d’inverno, andavamo nell’ampia cucina del contadino che ci ospitava e lì ci stringevamo intorno al camino acceso, ascoltando i racconti dei grandi: “la fiamma è bella” e mi incantava.
Vidi perfino un rituale di preparazione a un matrimonio, in quei tempi così precari: in un basso c’era, esposto sulle sedie impagliate, il corredo ricamato della sposa, con le carte veline sotto i ricami per metterli in risalto…
Su una sedia c’era una grossa bambola, con un enorme vestito a campana, non destinata a giochi infantili, ma a sedere al centro del letto matrimoniale, con la gonna aperta a far da copriletto. Ancora oggi si sente dire da qualche donna anziana, a proposito di una bella ragazza: “Si’ bbella comm’a bambula mmiez’o lietto!”
Del resto in un’altra casa avevo visto dei giocattoli: un camion, una busta coi birilli, appesi a un chiodo e alla mia domanda meravigliata, i bambini avevano risposto rassegnati: “se no si rompono”.
Io invece avevo una bambolina di pezza che mi portavo dappertutto, in tasca o in una borsetta: era piena di segatura, aveva i capelli fatti con le reste del granturco e gli occhi e la bocca dipinti sulla stoffa.
Alla fine dovette rosicchiarla un topo, la trovai tutta sventrata e ne soffrii, ma ormai ero grande per le bambole.
Al piano di sopra abitava una coppia senza figli: lui ogni mattina scendeva impettito la scala, vestito da fascista di tutto punto, gambali e fez compresi. Probabilmente così conciato andava in giro per i negozi a ottenere qualche genere alimentare.
Il 26 luglio la moglie del fascista si affacciò dalla scala, gridando che il marito non aveva mai fatto male a nessuno: io non capivo cosa avesse da sbraitare così all’improvviso, poi alle spalle spuntò il marito, in borghese, senza più l’aria baldanzosa e scopersi improvvisamente quello che era: un pover’uomo.
Non si trovava più nulla da mangiare, nemmeno alla borsa nera, mia madre un giorno cosse le bucce dei piselli. Capii la fame…
Dopo l’armistizio, molti prigionieri si rifugiarono nelle campagne presso i contadini, in attesa dell’arrivo dei liberatori americani.
Un prigioniero indiano morì e ne celebrarono il funerale fuori delle mura del cimitero del paese, con canti e lamenti così struggenti, che mi impressionarono molto.
Quando i tedeschi si ritirarono passando sulla via nazionale, dai carri armati sparavano raffiche di mitra in direzione delle traverse che tagliavano la loro strada, probabilmente per timore di attentati, per intimidire la popolazione.
Io ero andata come al solito ad attingere acqua alla fontana lungo una strada traversa, a un certo punto vidi tutti che scappavano, ma non volevo lasciare il mio secchio pieno: sopraggiunse mio padre e mi trascinò via. Alle spalle sentivo crepitare la mitragliatrice: mia madre mi credeva già morta, pianse quando mi vide tornare, tanto che mi sentii in colpa.
Anni prima, all’inizio della guerra, avevo conosciuto un soldato tedesco al quale mi ero molto affezionata, era il fidanzato di una giovane cugina di mia madre, mi faceva sempre il verso quando invece di dire: - no- emettevo un suono tipicamente dialettale,
intrascrivibile, una sorta di - nnzz -
Che fine fece l’allegro, l’affettuoso Rudolph? Riposa forse anche lui nel cimitero di guerra tedesco di Cassino, tra tutti quegli altri giovanissimi, sacrificati come lui a un folle progetto ?
Il giorno in cui si sparse la voce che erano arrivati gli americani in città, mio padre seguì alcuni amici che andavano a Napoli e tornò la sera con un grosso pacco: una fellata di provolone e mortadella.
Quella mortadella al palato mi sembrò un nettare e da allora continua a sembrarmi squisita…
Gli americani avevano piantato le tende nelle campagne vicine: i miei cugini un pomeriggio mi trascinarono con loro, assicurandomi che ci avrebbero dato le caramelle. Nella tenda ci fecero sedere e chiesero a me, viso d’angelo, di ripetere delle parole inglesi che mi andavano suggerendo, evidentemente oscenità, che io presi a balbettare con la mia vocetta timida e loro ridevano ridevano, ridevano, anzi sghignazzavano… La mia voce cominciò ad incrinarsi, ero sul punto di piangere e così la smisero e ci dettero le caramelle.
Rientrammo a Fuorigrotta, alla fine del 1943, perché mia sorella ed io potessimo riprendere gli studi, ma niente e nessuno era più come prima.
Quando tornammo a scuola, Napoli era invasa dagli afro-americani e dagli sciuscià, e passando per i vicoli di Montesanto, sentivamo gli scugnizzi che ci cantavano dietro i versi della “Tammurriata nera”:
‘E signorine napulitane / fanno ammore co ‘ e marrucchine
Crescevamo, e allora mia madre scucì in vita i nostri vestiti e li allungò con una striscia di lana o di cotone fatta all’uncinetto, tra il busto e la gonna, con patetici risultati.
Trascinavo un paio di scarpe con la tomaia molto dura, che mi aveva provocato fastidiose mozzicature (= piaghette) sul tallone, per lo sfregamento contro la pelle. Erano state ricavate da calzolai solerti da scarpe dei nostri soldati, saccheggiate da un deposito militare e rivendute a gente come noi..
Avevamo dei cappotti ricavati dalle coperte americane, tutti dello stesso colore, un marrone rossiccio: il primo anno mi calzò da cappotto, in seguito da giacca a tre quarti e poi da giacca..
Non ricordo di aver fatto mai il bagno, in quegli anni, ci lavavamo
“a pezzi”.
Non ne potevamo più di mangiare la polvere di piselli degli americani, che aveva invaso le nostre mense e volentieri ne portavamo pacchi al professore di matematica, che ne faceva incetta, Però a casa degli zii ricchi la mangiai mescolata alla carne in scatola e mi sembrò squisita.
Anche la carta scarseggiava: i miei quaderni, di cui ancora conservo qualche esemplare, erano ritagliati da certi vecchi registri che mio padre, impiegato comunale, aveva trafugato.
Avevo tredici anni ed ero piuttosto bassina, tanto che in famiglia mi chiamavano: zi’Assunta, che era una vecchia zia di mio padre, di statura assai piccola. Poi mia madre mi rimpinzò con le vitamine portate dagli americani e ricominciai a crescere, e crebbi fino a vent’anni, raggiungendo un livello di statura accettabile per una donna del Sud e della mia generazione.
La scuola però - incredibile - era un corpo completamente separato, si studiavano gli stessi programmi di sempre, come se mai nulla fosse successo, come se l’immane tragedia che aveva sconvolto l’Europa fosse avvenuta su un altro pianeta…
Solo più tardi, dai libri, dai giornali,dalla radio, dal cinema mi venne tutto addosso: Hitler, l’Olocausto, la resa di Berlino, la Resistenza, Anne Frank, Primo Levi, Hiroshima…
Perfino delle Quattro Giornate di Napoli, perfino degli scugnizzi napoletani medaglia d’oro seppi dopo e non a scuola!
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lunedì 4 ottobre 2010
STORIA DEI DIECI CAPPUCCETTI
Cappuccetto Rosso,come sanno tutti,abitava al margine di un bosco,in una casetta isolata.
Da un po’ di tempo però le cose erano cambiate : operai avevano abbattuto alberi,spianato una radura e costruito un piccolo grazioso condominio di nove appartamenti,circondato da un bel giardino.
Erano venute ad abitarci nove famiglie e in ognuna di esse c’era una bambina-Cappuccetto : Giallo, Rosa,Blu,Verde,Arancione,Marrone e perfino Bianco,Nero e A Pois come la Pimpa!
“Che bello - pensò Cappuccetto Rosso - potrò finalmente giocare con altre bambine come me!”
Il giorno dopo,mercoledì,per Cappuccetto Rosso era giorno di lavoro:
si alzò all’alba e,da bravo personaggio di fiaba,infilò al braccio il cestino della colazione per la nonna e si avviò verso il bosco,non senza aver ascoltato le raccomandazioni della mamma : “Attenta
al lupo ecc ecc..”
La fiaba si svolse senza intoppi,come al solito : lupo,nonna,cacciatore fecero il loro dovere e per le otto era tutto finito.
Stretta la foglia,larga la via ecc ecc..,il lupo se ne stava tornando nella tana fischiettando,quando ti vede un Cappuccetto Rosa che gli sbarra la strada.
Il lupo s’immobilizzò sulle quattro zampe,ma il lavoro è lavoro,la fiaba è la fiaba e cominciò la solita solfa:
“Dove vai,bella bambina?”
“Vado dalla mia nonnina”
“ E dove abita?”
“In cima alla collina”,e via di corsa a divorare la nonna,che,ignara di tutto,si stava lavando e al lupo gli toccò di inghiottire anche la saponetta. Poi arrivarono Cappuccetto Rosa,il cacciatore,il lieto fine…
Il lupo se ne stava tornando alla tana,convinto di aver finito,erano le dieci,ancora presto,tutto sommato. Ricominciò a fischiettare,quando ti vede un Cappuccetto Giallo…e tutto come prima,con l’aggravante che la nonna questa volta stava prendendo una medicina amarissima…
Poi diventò un incubo: a mezzogiorno il lupo s’imbattè in Cappuccetto Blu,alle due in Cappuccetto Arancione (la nonna stava mangiando un piatto di schifosa -per la belva- verdura,che dovette inghiottire insieme alla vecchietta); alle quattro del pomeriggio ormai avanzato incontrò Cappuccetto Verde,proprio quando stava per tirare un sospiro di sollievo,infatti non l’aveva subito vista,mimetizzata com’era tra le foglie.
Il lupo ormai arrancava sulla salita,aveva il fiato grosso,la nonna poi stava stirando e nella fretta ingoiò anche il ferro bollente…E al ritorno il poveraccio non fischiettava più,si massaggiava la pancia con la zampa..
Alle cinque e mezzo (ormai tutti acceleravano e il cacciatore faceva certe orrende cuciture,che al lupo gli facevano vedere le stelle..)eccoti Cappuccetto Marrone,poi quella A Pois e Cappuccetto Bianco,che fu vista – era ormai scuro – perché aveva la mantellina fosforescente e l’ultima,l’odiosa Cappuccetto Nero ,che il lupo in un primo tempo non aveva visto,era buio pesto,poi aveva tentato di scansare,nascondendosi nell’ombra,e invece eccola emergere sullo sfondo della notte con la sua mantellina scura e chiamarlo con una vocina sadica: “Lupo,che fai,non mi vedi?”
Il povero lupo ormai rantolava,con la lingua penzoloni,camminava strisciando quasi con la pancia a terra…
E non vi dico la nonna: una volta l’aveva trovata che faceva la cacca…,è meglio sorvolare,il lupo quasi la stava vomitando..
Insomma,un vero macello.
Stretta la foglia,larga la via…finirono che era passata mezzanotte..
La mattina dopo,eccoli tutti a vociare e ad accapigliarsi nel Sindacato dei Personaggi Fiabeschi: c’erano tutti,il lupo innanzitutto,poi il cacciatore,la mamma,la nonna e i dieci Cappuccetti,asserragliate in un angolo con certi sorrisetti sornioni…
“Io assolutamente non ce la faccio più,BASTA!”ululava il lupo,con gli occhi che mandavano scintille.
“E io allora,che sono anziana e mi trovo questa bestiaccia sempre addosso?” piagnucolava la nonna.
“Credete che non sia stanco anch’io,sempre a tagliare e a cucire la pancia di quel lupo?” strepitava il cacciatore con un vocione da far paura.
“Anch’io sto male,mi è venuto mal di gola sempre a ripetere quelle raccomandazioni” si raccomandava la mamma,con la voce diventata rauca.
“Che ci possiamo fare noi?” dissero malignamente in coro i dieci Cappuccetti,la fiaba è fiaba ..”
Strillavano tutti insieme,il funzionario addetto riuscì a stento a calmarli e,dopo lunghe trattative,fu stabilito un turno:non più di due Cappuccetti al giorno,e tutti avrebbero avuto gli straordinari…
Ai Cappuccetti fu fatto un richiamo, per eccesso di zelo…
Se ne andarono discutendo ancora vivacemente..
Stretta la foglia,larga la via,dite la vostra che ho detto la mia.
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sabato 24 luglio 2010
UN PLAID
E’ strano come, in certi momenti particolari della vita, un oggetto possa coagulare desideri e speranze, aspirazioni, sogni e perfino decisioni.
Passavo per piazza Dante. Avevo un passo svogliato, indeciso, incerto, così come mi sentivo io dentro, svogliata, indecisa, incerta.
Avevo trenta anni, un lavoro sicuro (ero maestra elementare di ruolo) e due pretendenti alla mia mano!
Ma anche un passato di tristezza e sgomento, vissuto tra genitori sempre in disaccordo, esacerbato dalla malattia mentale della prima figlia.
Mi sentivo perciò, nonostante tutto, infelice, senza voglia di scegliere, di progettare.
Mi fermai all’angolo della piazza, davanti alle vetrine di un famoso e antico negozio di biancheria, ora scomparso.
Su un ripiano, drappeggiato morbidamente, c’era un plaid di lana, a riquadri grigi, rosa e neri.
A casa mia, dove la trascuratezza e il disordine sottolineavano e aumentavano i disagi, non avevo visto mai nulla di simile.
Un plaid caldo ed elegante.
Da metterlo addosso, per stare al caldo, sdraiata su un divano.
Da distendere sul letto, per farci l’amore sotto, in allegra complicità.
Da avvolgerci un bambino.
Un plaid.
Entrai nel negozio, lo comprai: mi sarei sposata.
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giovedì 1 luglio 2010
pirichiz ciomber
Da piccola facevo giochi solitari, per esempio con i bottoni di mia madre, chiusi in una scatola di biscotti, col coperchio un po’ arrugginito…
Diventavano monete per un mercato, in cui ero insieme venditore e compratore, oppure tessere di mosaico o coralli per lunghe collane variopinte…
Un giorno mi invitarono a giocare con loro due sorelline che abitavano nello stesso caseggiato, due piani più in alto, e con loro c’era pure un’amichetta, di qualche anno più grande di noi.
Mi assegnarono un nuovo nome, Paola: spesso giocavamo alla scuola, con piccoli quaderni ricavati da quelli grandi, matite, penne e tutto, facevamo il dettato e risolvevamo problemi, la più grande fungeva da maestra, severissima: era probabilmente per lei un gioco di proiezione, liberatorio, comunque ci divertivamo lo stesso, né c’erano altri giocattoli, che io ricordi. Forse una palla? Ma in casa era proibito usarla e in cortile non si scendeva mai.
Un pomeriggio che le raggiunsi più presto del solito, le trovai a parlottare in uno strano linguaggio, mi spiegarono che l’avevano inventato loro, ma non me ne vollero mettere a parte e subito cambiarono registro: io ci rimasi malissimo, mi sentii esclusa, respinta, frustrata, ma non osai protestare, timida com’ero.
Da allora le frequentai sempre meno, poi la guerra e gli sfollamenti ci divisero definitivamente.
Mi sono rimaste però nella memoria due parole che ero riuscita a sentire distintamente mentre mi avvicinavo a loro, pirichiz ciomber, e di cui mi rimase oscuro il significato.
E ogni volta - ahimé quante - che non afferro fino in fondo il senso di un discorso, ogni volta che mi sento esclusa, che mi scontro col senso misterioso della vita, mi tornano in mente quelle due incomprensibili parole: pirichiz ciomber…
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lunedì 22 febbraio 2010
RICORDI DI SCUOLA, ultima parte
Era emigrato infatti in America per lunghi anni e al ritorno si era costruito un gabinetto pensile, con una vasca da bagno, che nessuno mai aveva potuto utilizzare, dato il gran freddo che si sentiva in quel posto gelido e senza condutture di acqua calda. Era rimasta come un grande souvenir, quasi un monumento all’America.
Mi occupavo anche della refezione scolastica e un anno riuscii ad ottenere delle bottiglie di sciroppo ricostituente (erano state la fissazione dei miei genitori), che distribuivo alle mamme degli alunni più magrolini.
Un giorno se ne presentò una, aggressiva, a pretendere lo sciroppo per il figlio che, le feci notare, era un bel bambino florido e robusto.
- M’attocca e me l’jà dà (mi spetta e me lo devi dare) - mi disse torva – lasse che doppo ‘o ghietto int’o cesso (lascia che dopo lo butti nel gabinetto).
Le risposi di andarsi a lamentare col direttore didattico a Baiano: non osò andarci, ma io ci rimasi proprio male.
Non avevo saputo spiegarle che “è ingiusto fare parti uguali tra disuguali” (don Lorenzo Milani).
Collaborava con me il parroco del paese, che una volta, accompagnandomi al Patronato di Avellino in macchina, mi fece uno strano e tortuoso discorso, dal quale risultava che, in altre occasioni… con altre signorine…poi le aveva lui stesso assolte in confessione…
Gli risposi che non mi sarei mai confessata, perché da quando studiavo Filosofia, non ero più praticante…Lui non osò insistere.
Nel ’58 ci furono le elezioni e in paese arrivò la DC (Democrazia Cristiana), con un enorme scudo crociato in cima alla porta della locale sezione del partito, di lampadine bianche e rosse, che di sera restavano accese e illuminavano la piazzetta.
- Signurì – dicevano gli alunni estasiati – pare ‘a allummata! – (luci della festa).
Arrivò anche la televisione, nell’unico bar del paese. La mattina gli alunni mi raccontavano episodi degli spettacoli visti la sera precedente:
Una volta, dopo aver visto “Romeo e Giulietta”, cominciarono a narrarmi la trama, confusamente, dandosi sulla voce gli uni con gli altri, tanto ne erano stati presi. La scena del verone sulle loro bocche suonava così:
Giulietta ‘mpettola (in camicia da notte) ascette fora ‘o barcone e Romeo ‘a sotto ‘a teneva mente (uscì sul balcone e Romeo di sotto la guardava), aroppa se pagliuccava co’ frate cucino d’essa e l’accerette (dopo duellò col cugino di lei e l’uccise): pagliuccarse era proprio darsi le botte.
Ecco un bell’esempio del fatto che, cambiando registro linguistico, la valenza dell’episodio declina dal sublime tragico all’opera dei pupi.
A volte mi trattenevo con gli alunni oltre l’orario scolastico e allora mi facevo accompagnare al treno da S*, con la sua carrozzella.
Una volta cambiò strada e s’inoltrò in aperta campagna, su sentieri di terreno battuto, dove la carrozza procedeva con difficoltà. Gli chiesi: - come mai avete cambiato strada? – (nel meridione è d’uso il voi).
Mi rispose: - di qui si arriva a un campo di grano, dove nessuno ci può vedere…-
S* era un uomo sui quarant’anni, un po’ pingue, piacente credo nel suo contesto, ma per me un estraneo, che in quel momento mi fece paura…La voce mi morì in gola e non seppi far di meglio che mettermi a piangere…Tremavo tutta.
S* mi guardò, fece voltare il cavallo e mi accompagnò alla stazione in silenzio.
A Quadrelle rimasi ad insegnare per otto anni, dal settembre 1952 al giugno 1960.
Per trasferirmi a Napoli dovetti rifare il concorso magistrale e fui assegnata alla scuola di Marianella, una frazione di Napoli.
Una mattina seppi che uno dei bambini era stato investito da un camion sulla Via Nazionale ed era morto all’istante. - Signurì, steve nu piezzo accà, nu piezzo allà (c’era un pezzo di qua, uno di là) si sentì in dovere di ragguagliarmi macabramente un compagno…Era un bambino sensibile: una volta aveva improvvisamente gridato d’entusiasmo, scoprendo il Vesuvio dalla finestra dell’aula…
Successivamente chiesi il trasferimento a Soccavo, sede più vicina al Vomero, dov’ero andata ad abitare con mio marito, un funzionario dell’Ufficio del Lavoro di Avellino, incontrato in treno durante i miei viaggi da pendolare della scuola. Era un poeta: mi aveva scritto struggenti lettere d’amore quando ancora insegnavo a Quadrelle. Me le mandava quotidianamente per espresso: il postino veniva in classe e me le consegnava (dovevo firmargli la ricevuta), guardandomi con occhi e sorriso maliziosi e interrogativi, ma io non aprivo bocca, limitandomi ad arrossire.
Nel 1966, nonostante avessi due gemelle di tre anni e un maschietto di un anno, riuscii a prepararmi e a superare il Concorso a cattedre di Filosofia e cominciai la mia carriera di docente all’Istituto Magistrale di Montesarchio, in provincia di Benevento.
Di nuovo su e giù nei treni, di nuovo le levatacce all’alba…
L’anno dopo ottenni il trasferimento a Pomigliano d’Arco e finalmente a Napoli, al V Magistrale, che in seguito fu intitolato a Tommaso Campanella, l’autore della Città del Sole.
Era il 1968: formidabili quegli anni…
Ci sono rimasta fino al 1991, quando sono andata in pensione.
Dopo molti anni, sono ritornata a Quadrelle in automobile, con mia cognata.
Già il viale d’accesso non era più lo stesso, fiancheggiato da alberi a perdita d’occhio, ma scorreva tra file di mediocri villette, con striminziti giardinetti.
All’entrata del paese, un edificio scolastico nuovo, con tutti i crismi.
S* e la macellaia erano morti, le figlie di quest’ultima mi accolsero con tiepida curiosità: - Siete la signorina Rosaria? -
Solo un’ex alunna mi riconobbe e venne ad abbracciarmi…
Non bisogna disturbare i ricordi: lasciamoli in fondo alla memoria, custoditi dal tempo, che di anno in anno li pàtina di dolcezza e di malinconia…
Per anni ho fatto un sogno ricorrente, con numerose varianti, ma il nucleo era sempre lo stesso: tornavo a Quadrelle, ma non trovavo più la mia classe e mi dicevano che non c’era più posto per me…Il postino aveva smarrito le lettere…
Quadrelle: le esperienze, le novità, le curiosità, gli amori, i bambini…
Quadrelle: la giovinezza…
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sabato 20 febbraio 2010
RICORDI DI SCUOLA, terza parte
Quadrelle era allora un comune molto povero. La scuola elementare era alloggiata in alcune stanze del Municipio; c’era una bidella, una specie di cavernicola, di età indefinibile, sporca e maleodorante, che la mattina sortiva dal suo antro, dove conviveva con cani gatti e galline, e veniva a versare l’inchiostro nei calamai da una specie di caffettiera: se si sporcava le mani, se le passava sulle ciocche grigie che le contornavano il volto rugoso.
Per raggiungere Quadrelle, stessa via crucis la mattina: in pullman fino alla stazione della Circumvesuviana, treno fino a Baiano e poi un lungo tratto a piedi. Quando lasciavo la strada principale e imboccavo quella che conduceva al paese, trovavo un gruppetto di alunni che mi erano venuti incontro e che in primavera mi insegnarono a distinguere gli alberi fioriti: i peschi, i ciliegi, i mandorli…
All’inizio, quando passavo tra i banchi mentre facevo il dettato e mi curvavo su qualcuno per vedere come stava scrivendo, lo vedevo scattare col braccio piegato a difesa del viso, come per scansare uno schiaffo e solo lentamente i bambini capirono che le mie intenzioni erano pacifiche e che magari volevo solo fargli una carezza.
In prima elementare c’erano due bambini molto intelligenti, che impararono subito a leggere e a scrivere: il maschietto, perché aveva il padre emigrato in Germania e voleva poterne leggere le lettere e scrivergli, essendo sua madre analfabeta, la bambina per interesse spontaneo. Quando la mattina entravo in classe, lei mi volava in braccio e si metteva a carezzare le mie calze di nylon, che dovevano sembrarle la quintessenza dell’eleganza, dato che sua madre era una povera stracciona, che vedevo a volte spingere faticosamente una carriola carica di ossa di maiale, prese al salumificio e destinate al saponificio del paese vicino.
Un giorno il bambino mi portò una carta geografica unta e bisunta, che si era procurato chissà come e mi disse: - se io sto qua e il mio papà lì (a Francoforte), è vicino, perché non ci posso andare? -
Dovetti disilluderlo spiegandogli il mistero delle carte geografiche in scala.
Un altro bambino mi portò un disegno di un bellissimo cavallo dipinto di blu e mi chiese timidamente se mi piaceva. Gli assicurai che era bellissimo. Mi guardò sospettoso: - Mio padre mi ha detto: Scemo, hai mai visto un cavallo blu? -
- Ma il tuo non è un cavallo vero, è un cavallo di fantasia e può avere i colori che vuoi tu.-
Se ne andò rassicurato. Avrà dipinto nella sua vita altri cavalli tutti blu?
Un compagno disegnava sempre se stesso che dava la mano al suo fratellino gemello. Ne riempiva i quaderni. Un giorno che incontrai la madre, le chiesi:
- Che classe frequenta il fratellino? Come mai non sono insieme? -
- Ma il fratello gemello è morto che aveva tre anni - rispose lei triste.
Se lo sarà portato con sé tutta la vita, quel fratellino.
Una volta che avevo raccontato come una favola le fasi della lavorazione della lana, dimenticandomi però quella della tintura, un bambino venne a chiedermi:
- Era rossa e blu (così era colorato il suo maglione) la mia pecora? –
Una bambina rachitica, fragile e timida, mi prendeva la mano con la sua manina ossuta, quando uscivamo dalla classe e mi guardava con grandi occhi di un celeste sbiadito, che chiedevano affetto. Era molto diligente.
Quasi alla fine dell’anno scolastico morì, andai a casa sua per un ultimo saluto: l’avevano deposta sul letto con un abito bianco, la faccina smunta, sembrava ancora più piccola. La sua casa era un antro buio, vidi la pietra accanto al camino dove si faceva i compiti.
Una donna, che mi vide piangere, mi disse: - Signurì, che chiagnite affà, è stato meglio accussì, c’‘a vita è già ‘na faticata pe chi sta bbuono…-(è inutile piangere, è stato meglio così, dato che la vita è già faticosa per chi sta bene)
L’anno seguente, in seconda, accadde un fatto orribile: uno dei miei alunni più bravi e sensibili una sera gettò, per gioco, un forcone per il fieno dall’alto di una scala. Era buio e, disgraziatamente, rimase infilzato un bambino piccolo che si trovava giù nel cortile e che ne morì.
La mattina dopo trovai il paese e la mia classe in subbuglio: il mio alunno era stato portato al riformatorio di Napoli, dove andai poi a trovarlo e, a vedere la sua aria smarrita e come mi stringeva nell’abbraccio, piansi a lungo quando me ne andai.
Anni dopo seppi che, siccome si era dimostrato bravo e capace, era stato mandato in un collegio dei Frati Camaldolesi, per continuare gli studi e che non poteva più mettere piede in paese, perché i parenti della sua piccola vittima involontaria, incontrandolo, lo insultavano pesantemente, furenti che quel delitto
fosse stato la sua fortuna, permettendogli di continuare gli studi e di aprirsi un futuro migliore!
Terza, quarta, quinta classe…Gli alunni mi amavano, alcuni mi portavano per regalo due ciliegie strette nelle manine sporche, io li ricambiavo con scatole di pastelli colorati, versati in una scatola di cartone più grande, rigorosamente proprietà comune.
Alcuni ripetenti mi dicevano contenti: - Signurì, mo ammo capito! (Maestra, adesso abbiamo capito!) e mi raccontavano che la maestra precedente, soprannominata Bovolone, dalla marca di biscotti che si faceva comprare dai bambini per fare colazione, in classe si faceva pulire ‘e friarielli (broccoli) dalle bambine, trascurando forse con troppa disinvoltura la cura della classe.
Per prepararmi agli esami universitari (frequentavo la facoltà di Pedagogia al Magistero di Napoli) mi fermavo anche per mesi interi in paese, a casa della macellaia, che mi ospitava in una cameretta, dove la sera per riscaldarmi accendevo il braciere.
Per lavarmi avevo a disposizione una bacinella e una brocca di acqua gelida: l’acqua sporca dovevo poi buttarla in cortile.
A tavola mangiavo con la famiglia della mia ospite, composta da lei, il marito e due figlie.
Mangiavano tutti nello stesso grande piatto messo al centro della tavola, solo io avevo un piatto a parte.
La macellaia si lamentava dei reumatismi: allora la carne si conservava in frigoriferi rudimentali, dove lei doveva introdurre grossi blocchi di ghiaccio, reggendoli in braccio, a contatto del corpo.
Il marito la sera mi raccontava lungamente dell’esecuzione di Sacco e Vanzetti
e delle centinaia di italiani, tra i quali anche lui, che erano sfilati nei cortei di protesta e durante i funerali.
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giovedì 18 febbraio 2010
RICORDI DI SCUOLA, seconda parte
(campagna incolta) che circondava l’edificio; per noi maestri c’era uno stanzino con un buco scavato sul pavimento, sul quale bisognava accovacciarsi in equilibrio instabile, almeno noi donne: io evitavo strenuamente di ricorrervi e resistevo fino al ritorno alla stazione della Circumvesuviana…
C’era tra di noi una maestra toscana, che aveva sposato un avvocato del posto, partigiano fuggiasco durante la guerra, ospitato all’epoca dalla sua famiglia. Aveva bisogno spesso di quella specie di bùgnolo, perché era incinta e a volte piangeva per il disagio: io pensavo che, se avesse potuto immaginare dove sarebbe andata a finire, il partigiano, invece di farci l’amore, lo avrebbe consegnato ai tedeschi.
L’impatto con la mentalità provinciale a volte mi riempiva di sgomento: una maestra, la più anziana del gruppo, ci tenne a raccontarmi la storia di una sua figlia minorenne (allora si diventava maggiorenni a 21 anni), che se ne era fuiuta col fidanzato,osteggiato dalla sua famiglia per motivi di interesse, a Napoli. Durante una passeggiata in barca i due giovani, in seguito non s’era mai capito bene a quali manovre, erano caduti in acqua ed erano annegati. Quello che mi colpì e mi straniò fu il fatto che la madre, nel raccontarmi la disgrazia, non mostrò nessuna commozione per la grave perdita della giovane figlia, ma ostentò solo un grande orgoglio perché la ragazza, all’autopsia, era risultata intatta, vergine!
Un collega, che non doveva avere molto più di quarant’anni, così mi espose la sua filosofia di vita:
- Signurì (era l’appellativo dato allora alle maestre nel meridione, mentre i maschi erano prufessò ) je ‘a notte vott’a fa juorno, e ‘o juorno vott’a fa notte, che tradotto in italiano sarebbe: di notte aspetto che si faccia giorno e di giorno aspetto che si faccia notte, ma senza rendere quella desolata rassegnazione racchiusa in quel votto (spingo) -
Un giovane supplente mi faceva la corte, ma era così rozzo, poverino, che mai l’avrei preso in considerazione. Per un periodo mi assegnarono al turno di pomeriggio, quando uscivo dalla scuola era già scuro, e bisognava aspettare più di un’ora il pullman per Nola, per fortuna venne in mio soccorso il fratello maggiore del supplente, uno studente di legge un tantino più civilino, che mi accompagnava a Nola con la lambretta. Mi fece anche lui la dichiarazione (d’amore) e al mio stupore: - Ma lo sa che si è già dichiarato suo fratello? - mi sparò: - Ubi maior, minor cessat - e aggiunse: - Comunque avremmo piacere che lei entrasse nella nostra famiglia -
- Giesù - commentò mia madre, quando glielo raccontai - e quant’ate uommene ce stanno int’a chesta famiglia? Lassalo perdere!- (Gesù, e quanti altri uomini ci sono in questa famiglia? Lascialo perdere!)
Meno male che il turno di pomeriggio durò poche settimane!
Il terzo pretendente era il figlio di un pasticciere in odore di camorra e naturalmente non gli detti retta. Una mattina la decana (quella della figlia morta a mare) mi riferì agitatissima che aveva sentito parlare del mio rapimento! Non so perché, la cosa mi fece ridere e risposi spavaldamente che comunque mi sarei comportata come Franca Viola, l’eroina del nostro nascente timido femminismo.
Durante l’estate conobbi un giovane intellettuale napoletano, aspirante critico cinematografico, ci innamorammo e questo mi permise di ricominciare l’anno scolastico con più grinta: intanto mi ero trasferita in un altro comune dell’avellinese, Quadrelle,, prossimo a quel Mugnano del Cardinale, dove imperversava il culto di Santa Filomena, che poi si scoprì non essere mai esistita, ma solo ipotizzata in base a una lapide mal interpretata!
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martedì 16 febbraio 2010
RICORDI DI SCUOLA, prima parte
A 17 anni, nel 1948, conseguii il diploma magistrale, a venti vinsi il Concorso nella provincia di Avellino e fui consacrata maestra elementare.
La mia prima sede fu Quindici di Nola, paese famigerato per la camorra.
Per raggiungerlo ogni mattina dovevo svegliarmi alle cinque: era un sacrificio così grande che decisi di comprarmi una sveglia, per non odiare mia madre che, poverina, mi veniva a chiamare ripetutamente e mi preparava la colazione (due uova sode). Non potendo sopportare il ticchettio della sveglia, però, la mettevo nel corridoio e chiudevo la porta della mia stanza, sicché a svegliarsi era sempre mia madre, che veniva di nuovo a chiamarmi almeno tre volte, prima che mi decidessi a lasciare il caldo delle coperte, e ricominciava l’odio.
Per arrivare a Quindici dal quartiere Vomero dove ci eravamo trasferiti, sempre in un rione di case popolari, dovevo prendere nell’ordine: un autobus, un treno della Circumvesuviana fino a Nola e un pullman fino a Quindici.
Quando arrivavo alla stazione, ne uscivano file di pendolari col fiato fumante per il freddo, d’inverno, e una volta un giovane mi venne incontro, mi bloccò per un istante a braccia aperte, dicendo: - Cu te facesse nu peccato mortale!-
E’ il più bel complimento che mi sia stato fatto!
Salivo nelle carrozze maleodoranti, tiravo giù tutti i finestrini, anche quando faceva freddo, per respirare, dopo poco saliva un gruppo di lavoratori, che dal lunedì al sabato non avevano altro argomento di cui discutere se non la schedina del Totocalcio.
Per fortuna, dopo qualche anno, mi furono compagni di viaggio un gruppo di colleghe e colleghi, simpatici e allegri, anche se troppo spesso ridevano di allusioni pecorecce…
Ce n’era poi una, che incontravo solo al ritorno, una incredibile zitella, una summa di assurdi stereotipi: si premurò di istruirmi che al controllore non bisognava dire né abbonata,(in dialetto sinonimo di scema), né tanto meno:
mensile (che poteva suonare allusione al mestruo femminile!), ma semplicemente mostrare l’abbonamento.
Lungo la linea ferroviaria, dove ora ci sono grovigli di strade case automobili, si aprivano scenari di alberi spettrali nella nebbia invernale, in autunno di alberi di cachi già spogli, ma con i globi solari dei frutti attaccati ai rami, in primavera poi era un tripudio di fiori.
La scuola di Quindici si trovava fuori paese: consisteva in un edificio con il solo piano terra, diviso in stanzoni destinati ad aule, arredati con una lavagna, una cattedra, uno stipetto fatiscente e lunghe panche accostate a lunghi tavolacci, dove si assiepavano una trentina di bambini.
Quando pioveva, bisognava mettere sul pavimento delle buatte (scatole di pomodoro aperte) per raccogliere le gocce di acqua piovana che cadevano dal soffitto: tic, tac…, quasi una tortura cinese, per me.
Se gli alunni avevano bisogno di fare pipì, li mandavamo fuori, nella terra
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giovedì 1 ottobre 2009
VISTA DAL BASSO 8a parte
buttare giù dal ballatoio, invocando ‘a bonanema (l’estinto), e ogni volta vicini volenterosi la tiravano indietro.
Mio padre era molto alto, era stato infatti granatiere durante la prima guerra mondiale e a tavola ci raccontava spesso episodi di quella sanguinosa
avventura che gli aveva procurato una ferita nel braccio e ferite più profonde nell’animo. Ci raccontava gli assalti alla baionetta sul Monte Grappa, la vita in trincea, ma anche i colloqui con gli austriaci negli intervalli delle battaglie.
Era il nostro Remarque quotidiano.
Era un uomo mite, aveva dovuto interrompere presto gli studi, dopo la III Avviamento (corrispondente più o meno alla nostra terza media), per la morte prematura del padre, ma leggeva molto: in biblioteca aveva le opere di Dickens, di Hugo, di Swift. In gioventù aveva scritto sonetti d’amore per mia madre ed era conosciuto infatti nel quartiere come don Gennarino ‘o pueta.
La mattina, quando si radeva, non fischiettava o cantava, ma recitava ottave dell’Ariosto: “Vaghi boschetti di soavi allori…”, che io ascoltavo deliziata dal letto.
La quarta e la quinta elementari le frequentai nella scuola pubblica intitolata a Giacomo Leopardi. I libri che usavamo erano infarciti di storie di martiri fascisti e a ogni piè sospinto glorificavano le opere e le vittorie del Regime Fascista. Partecipai anche ai Ludi Juveniles e vinsi un premio con uno sciagurato tema sul Duce…
Il sabato andavamo all’adunata nella piazza antistante la Casa del Fascio, intitolata a Filippo Corridoni. Si assisteva all’alzabandiera, io con la mia divisa di Piccola Italiana: blusa bianca di piquet con una grande M colorata sul taschino, gonna nera e la mantella pure nera, chiusa al collo da una catenella dorata, che mi piaceva da morire, solo per quella avrei aderito al Fascismo…
Però le marce mi angosciavano: siccome ero piccola di statura capitavo sempre in prima fila e tenevo stretto stretto il pugno della mano destra, per non sbagliare quando scattava il comando: fianco destr!, perché ero una mancina disturbata e per me, ancora adesso, distinguere la destra dalla sinistra richiede uno sforzo di riflessione.
Quando imparai a scrivere o quando disegnavo, tentavo di farlo con la sinistra, ma tutti mi sgridavano, come avessi commesso chissà quale colpa, per cui sono diventata un’ambidestra imbranata: cucio con la sinistra, ma dalle suore ricamavo con la destra, scrivo con la destra, ma so scrivere anche con la sinistra, con una grafia infantile, cosa di cui si avvaleva mia nipote Maria quando si stancava di fare i compiti – Nonna, scrivi tu con la mano di bambina! – mi diceva (l’altra era la mano di professoressa).
Alla fine dell’anno scolastico 1940-41, in cui avevo terminato la quinta elementare, quando avevo cioè dieci anni, scoppiò la II guerra mondiale
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martedì 29 settembre 2009
VISTA DAL BASSO 7a parte
amante (e chi fosse un’amante non mi era poi tanto chiaro), che mettendo la mano sull’inginocchiatoio di velluto, lo accusa: - Per te mi trovo nell’inferno! – e sparisce lasciando un’impronta fumante…
Nel parlare, mia madre ricorreva a proverbi e a wellerismi, per dare più forza al discorso, col distillato della saggezza popolare:
L’erba voglio non ha germoglio; l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re, e se al suo richiamo rispondevo: - un momento! - s’impazientiva:
- Sì, quanno piglio Trieste e Trento !- (quando conquisto Trieste e Trento, modo di dire nato inequivocabilmente durante la I guerra mondiale).
I mobili della casa avevano nomi storpiati dal francese: ‘a lettagerre (l’ètagére), ‘o cummò (la commode), ‘a tuletta (la toilette), che consisteva in una mensola di marmo, sormontata da un grande specchio ovale.
Su quella mensola facevo i compiti di scuola, mentre nello specchio si riflettevano sontuosi tramonti cremisi. Una volta, mentre ero intenta a scrivere, sentii alle mie spalle i fili della luce che sbattevano violentemente contro la finestra e contemporaneamente un urlo collettivo che mi paralizzò: dal quarto piano (noi allora avevamo cambiato casa, ma restando sempre nello stesso rione Duca D’Aosta e abitavamo al primo piano) si era buttata giù una ragazza diciottenne, alla quale i genitori proibivano il fidanzamento col suo innamorato, era rimbalzata sui fili della luce ed era caduta a testa in giù sul sottostante marciapiede di terreno battuto, morendo sul colpo. Per alcuni giorni continuò a formarsi un capannello intorno al buco scavato dalla testa di quell’infelice ragazza: a lungo rimase in me il raccapriccio per quel ferale avvenimento e da allora non posso sopportare che
qualcuno si sporga da una finestra in mia presenza.
Mia madre aveva cinque sorelle, una, sedicenne, era morta con la famosa “febbre spagnola”, un’altra, la madre di Luisa, era morta dopo aver partorito il quinto figlio. Solo l’ultima, Assuntina, che era anche la mia cummara (madrina di battesimo e di cresima), aveva studiato, aveva fatto un buon matrimonio e abitava al Vomero. A casa sua sono andata in qualche occasione, con un tram sferragliante, che si arrampicava a fatica sulla collina (allora poco abitata, con grandi giardini e viali alberati) e ho visto per la prima volta le banane, nel piatto dei cugini ricchi.
Mia zia Puppenella (Giuseppina) abitava invece in un vecchio palazzo, dove al primo piano, sui tre lati del cortile interno, correva un ballatoio con tante porte, che davano ciascuna su un unico grande stanzone, dove si ammucchiava una famiglia, quasi sempre numerosa.
Una volta, in casa della vicina di mia zia, ho visto una specie di rito di purificazione: passavano la fiamma delle candele sotto le reti dei letti, per stanare e bruciare le cimici!
Un’altra volta, entrando nel cortile, assistei ad un funerale: il carro funebre era tirato da due cavalli scalpitanti, e mentre i parenti portavano a spalla ‘o tavuto (la bara) di un capofamiglia, le urla dei figli risuonavano strazianti e una donna, non so se fosse la moglie o la figlia maggiore, faceva ripetutamente mostra di volersi
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domenica 27 settembre 2009
VISTA DAL BASSO 6a parte
A settembre si andava tutti in campagna per qualche giorno dal compare di mio padre, dove sull’aia si procedeva al rito della preparazione delle bottiglie e delle conserve di pomodoro per l’inverno: io ero addetta a girare la manovella di una macchinetta, che riduceva la polpa rossa in poltiglia, la conserva, appunto. Quanto mi divertivo! Intorno a me razzolavano galline, starnazzavano oche, cantavano le contadine, si lavorava in allegria.
Dopo i sette anni uscivo anche da sola, sia per andare a scuola (attraversavo un viottolo di campagna, dove a volte mi abbaiavano cani randagi, con mio terrore, perciò ancora adesso non ho simpatia per questi animali), sia per andare dal tabaccaio a comprare il sale grosso, che si vendeva in sacchetti di carta molto spessa, ma io, lungo il viottolo di ritorno, scavavo col dito un buchino di lato, ne cavavo un granello e lo succhiavo con grande voluttà…
Andavo a comprare la carbonella in un antro fuligginoso, dove il carbonaio
con una pala raccoglieva la carbonella da un enorme mucchio e la gettava sulla bilancia, sollevando nugoli di quella polvere nera che già lo ricopriva da capo a piedi e che mi faceva tossire…
Dal contadino donn’Eduardo, che aveva una stalla con le mucche, compravo il latte e ‘a rennetura (l’ultimo latte munto, il più denso), che bevevo golosamente, tiepida com’era, senza che fosse bollita, e così mi ammalai di paratifo e stetti a letto quasi un mese.
A Natale si faceva festa, con grandi tavolate alle quali partecipavano zii e cugini.
Tra questi spiccava Amedeo, figlio di zia Rosina e quindi cucino carnale (cugino che non ha lo stesso cognome) e non frate cucino (avente lo stesso cognome, perché figlio di fratelli), che era alto e grosso e mangiava la sua porzione di vermecielle (spaghetti) direttamente nella zuppiera, essendogli insufficiente la razione di un piatto.
Il rito preliminare era quello dei capitoni (anguille), che mio padre doveva tagliare in grossi pezzi sanguinolenti, impressionanti, che continuavano a contorcersi dopo essere stati separati dalla testa. Spesso le povere bestie gli sgusciavano tra le mani e bisognava rincorrerle fin sotto i letti…Mio padre però non era capace di tirare il collo a una gallina, e per questo si chiamava mio zio Vincenzino…
Mia madre cucinava il capitone in umido, in un ruoto (teglia), ricoperto di foglie di lauro: si diffondeva l’odore per tutta la casa ed è a quell’odore che è legata per me la memoria della festa, ora ridotta ad un fastidioso rito consumistico.
Con il lauro mia madre, che era stata povera, si preparava certe sue cene c’o pane cuotto (pane raffermo, bollito in acqua ed olio e profumato appunto con un rametto di alloro). Non aveva potuto studiare oltre la VI elementare di allora ed era stata mandata come apprendista presso una sarta, però aveva pensieri e sentimenti nobili. Donna religiosissima, non mancava mai alla prima messa del mattino e metteva in pratica i precetti evangelici con autentico spirito di carità: a volte, tornando da scuola, trovavo un mendicante seduto alla nostra tavola.
Ma era anche imbevuta di severo spirito controriformistico e non mi raccontava favole, bensì storie raccapriccianti, come quella del peccatore pentito e fattosi monaco che, mentre prega di notte, sente un rumore di catene e gli appare la sua
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venerdì 25 settembre 2009
VISTA DAL BASSO 5a parte
A volte, dopo i giochi, ci faceva recitare il rosario, ma io, mentre sfilavano i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi e rispondevo meccanicamente alle Ave Maria, guardavo affascinata una goccia che le pendeva dal naso appuntito, che lei non asciugava e che oscillava senza mai cadere per tutto il tempo.
Gli altri miei giochi erano solitari, o con la bambola o con la scatola dei bottoni
(mia madre, che cuciva i nostri vestiti, ne aveva molti, di ogni colore e dimensione) o, avvolta in un vecchio scialle colorato, immaginavo d’essere una regina, oppure semplicemente osservavo i giochi degli altri bambini sotto la mia finestra: la campana, lo strummolo (una trottolina che si tirava con una cordicella) le corse sui monopattini di legno…
I grandi facevano discorsi che mi piaceva tanto ascoltare, soprattutto quelli di mia zia Rosina (sorella di mio padre) quando veniva in visita: parlava e gesticolava in modo molto colorito, a volte abbassava la voce e io con disappunto capivo che dovevo uscire dalla stanza, a volte tuttavia riuscivo a cogliere frammenti di frasi:
- chilli dduie accussì se ne so’ fuiute –(quei due alla fine se ne sono fuggiti) Dove erano fuggiti e perché? Continuavano sempre a fuggire? Forse in un bosco, luogo misterioso per eccellenza, come mi insegnavano le fiabe?
Zia Rosina abitava in un palazzo all’ultimo piano e aveva un grande terrazzo la loggia, dove stendeva le lenzuola da lei lavate in una tinozza, sfregandole su una tavoletta di legno scannellata. Mia madre invece le lenzuola le faceva lavare da una contadina, che le portava in una grande cesta in bilico sul capo, appoggiata su un panno attorcigliato e le lavava strofinandole su una pietra scabra. Ho saputo anni dopo, con mio grande rammarico, che era morta investita da un’automobile, lei che era abituata a percorrere kilometri a piedi, ma non a scansare le insidie della velocità sulle strade.
Siccome ero mingherlina, avevo diritto ogni tanto allo zampaglione (zabaione),
quanto mi piaceva, ne leccavo fin le ultime tracce torno torno al bicchiere…Mi piacevano però molto meno l’olio di fegato di merluzzo e l’olio di ricino, alla bisogna, o le iniezioni ricostituenti che mi faceva zio Vincenzino, il marito di zia Rosina, che ogni volta mi diceva sadicamente: “Hai sentito qualcosa? Io non ho sentito niente!” Quanto lo odiavo!
In casa rendevo piccoli servigi: spazzavo,spolveravo,soffiavo per alimentare il fuoco con un ventaglio di paglia davanti alla fornacella (solo più tardi arrivò il fornello a gas!), scacciavo le mosche, prima di socchiudere le imposte, con il sciosciamosche (scacciamosche).
Mi piaceva soprattutto spazzare, ma un giorno che fui troppo zelante, scostando un vecchio cesto di sotto al focolare, mi ritrovai col pavimento invaso dagli scarrafoni (scarafaggi), ne uccisi quanti ne potei con la scopa, furiosa e inorridita, quasi mi fossi scontrata con forze oscure annidate nella casa e pronte a sopraffarmi.
D’estate allargavo la lana sulla loggia di mia zia Rosina: si trattava di estendere i fiocchi di lana dei materassi che, essendo stati lavati, si erano ammassati: un lavoro lungo e faticoso, che però mi piaceva, nonostante alla fine mi dolessero le mani.
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mercoledì 23 settembre 2009
VISTA DAL BASSO 4a parte
Non capivo, ma non mi importava, mi piacevano quelle parole per me misteriose, erano la mia cabala, il mio mantra.
Mi scrivevo da sola le preghiere: ero devota di S.Giuseppe, perché mi sembrava un santo un po’ trascurato rispetto agli altri, facevo “i fioretti”, come mi suggerivano le suore, mettendo per es. una caramella in un cassettino che andavo ad aprire ogni tanto, senza abbandonarmi al peccato capitale della gola, che m’avrebbe spinto a scartocciarla e a gustarla…Non so quanto tempo resistessi…
Nella scuola delle suore vidi applicata una pedagogia severa fino alla crudeltà: fioccavano le bacchettate sulle mani degli alunni ad ogni errore o mancanza (a me, così perfettina, mai) e una volta un ragazzo fu portato in tutte le classi con un cappello di carta in testa a forma di cono, dal quale pendevano due orecchie d’asino (pure di carta, ovviamente) e un cartello sul petto dov’era scritto : SONO UN ASINO. Tutti ridevano e lo schernivano, a me fece molta pena.
Gli asini erano animali assai familiari all’epoca, se ne vedevano dappertutto, tiravano ogni specie di carretto, erano detti anche ciucci e ciucci erano chiamati i ragazzi poco studiosi…(facendo torto a quegli amabili animali).
Oggi gli asini sono spariti dalle città e forse anche dalle campagne e per ciuccio
s’intende la tettarella dei lattanti, così come per cellulare ( che una volta significava: furgone per il trasporto dei detenuti) adesso s’intende il telefonino!
Un’altra scena crudele, che mi turbava particolarmente, era questa: una povera vecchia semidemente, che usciva per strada truccata pesantemente, veniva circondata da ragazzi, che la spingevano, le strappavano quasi i vestiti, cantando una canzonaccia:
‘A signora se vò marità /votta ‘o culo accà e allà…
Non ho mai visto nessuno intervenire a difenderla.
E non parliamo della vista raccapricciante delle civette, inchiodate con le ali aperte su alcune porte dei bassi, per buonaugurio, mi spiegarono. Per fortuna era un’usanza che andava scomparendo…
Con le mie sorelle facevo anch’io a volte un gioco crudele: andavamo nei prati, catturavamo le farfalle e le ficcavamo in una buatta (lattina) vuota, che una di noi teneva chiusa con una mano. Quando la buatta era piena si toglieva la mano e quelle volavano via tutte insieme, in un tripudio d’ali colorate, ma naturalmente qualcuna rimaneva asfissiata in fondo alla scatola.
Il nostro gioco preferito era “nel paese dei…”, che consisteva nel metterci in circolo, mia sorella Nina, io e i tre figli di un’amica di mia madre, cantando: “Nel paese dei sarti, i sarti fanno così”, seguiva l’imitazione del sarto che cuce e così via per una serie di lavoratori, ma alla fine – era quello il momento culminante – cantavamo: “Nel paese dei signori, i signori fanno così” e ci cavavamo dalla testa dei vecchi cappelli della signora, che avevamo calzato all’inizio, inchinandoci fino a terra.
L’amica di mia madre era una “vera signora”, benché di modestissima condizione non usciva mai senza cappello e ci teneva a sottolinearlo, e i figli rispettosamente le davano del “voi”, il che ci stupiva, perché noi usavamo il “tu” con i genitori.
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