Una finestra sul Mondo

Arte - L'immagine del giorno

Astronomia - Un'immagine al giorno



Il gadget che stava qui è sospeso per 24/48/60 ore.
Stiamo valutando una soluzione alternativa.
Ghe pensi mi, così si espresso il Presidente dell'Isola che ha già riunito un'apposita task force che si concentrerà per trovare la soluzione migliore nel minor tempo possibile.
Nel frattempo nell'Isola c'è agitazione.
Pare esistano forme di vita intelligenti.
Il Presidente è sconvolto dalla raggelante novità.


martedì 28 dicembre 2010

PERSONAL Computer



Non avrei mai potuto immaginare di racchiudere un pò della mia vita in una scatola e poi chiamarla amica, oggi le ho fatto l'ultima manutenzione, già lo scorso anno ho dovuto sostituirle la memoria ed in questo momento lascia il posto...mi resterà accanto ad accompagnare la nuova piccolissima scatoletta :-)
Noi dell'isola vi auguriamo un bellissimo anno nuovo.

domenica 19 dicembre 2010

NATALE A VIA S. GREGORIO ARMENO

Nel vicolo dei pastorari
ancora si trova
il presepe di cartapesta
che non raggruma più
miti nè incanti;
Natale ora è un convulso
rituale di compra-vendite
con l'allegria mimata
dai mass-media,
si agitano tutti
come ali di uccelli
impediti dal volo:
pure dai tuoi
occhi di fiordaliso
spalancati sulle luci
dell'abete
si dipana un filo
che può ancora
legare i cuori e le mani
per un servizio d'ordine
all'amore.

R.L. Rirì ed io vi auguriamo tanta felicità, tanta serenità...

venerdì 17 dicembre 2010

Golden gate









giovedì 16 dicembre 2010

martedì 14 dicembre 2010

Silicon Valley






Buongiorno a voi, e quasi buonanotte a noi che stiamo dalla parte ovest del mondo.

9 ore di fuso orario sono parecchie, mentre in Italia ci si sveglia, qui nella dorata Silicon Valley (il 30% del pil degli usa è prodotto qui, una dietro l'altra ci sono le più grandi potenze del settore tech, da apple a google, da ibm a motorola) ci si accinge ad andare a nanna.

Certo fa effetto girare con la macchina e imbattersi in aziende che prima cliccavi su Internet...un conto è scrivere Google sul browser, un altro vedere dove la stanno facendo...veramente impressionante.

Certo la Silicon Valley non è un granchè, solo aziende (grandi, grandissime), intervallate da strade e quartieri residenziali, quanto di più lontano da una città europea, quanto di più lontano dalla nostra cultura.

Ma attenzione.

A differenza del resto della costa ovest, qui, a circa un'ora di macchina, c'è San Francisco.

Ed è tutt'altra un'altra storia....



Guardare per credere.

diario di D

lunedì 13 dicembre 2010

1 Maggio 2009 - Torino

martedì 7 dicembre 2010

La teoria del rimbalzo



Uno ogni tanto si deve porre delle domande....
Una che mi è venuta in mente in questi giorni riguarda il fenomeno del rimbalzo.
Tale parola è spesso usata in borsa: l'indice rimbalza del 2% !
Magnifico..avrò guadagnato finalmente...
Peccato che un'azione vale 100, dopo che ha perso il 10% va a 90.
Se il giorno dopo anche ne guadagna 10 di punti percentuali, arriva a 99.....
100 giorni così e ti ritrovi con il cerino in mano....

D'altronde, basta ricorrere alla legge della fisica.
Pensate ad una pallina da tennis, fatta cadere dall'alto su un pavimento.
Ad esempio da 10 metri.
La velocità all'impatto sul pavimento = V = Radice quadrata di (2 X g X 10) = sarà di 13,40 m/s
Il Tempo T di caduta (inizia la caduta con velocità nulla) = V = Vin + g X T = 0 + 9,8 X T allora T = V/g = 13,40/9,8 = sarà di 1,37 s
Il tempo che impiega la pallina dal rimbalzo al raggiungimento della massima altezza sarà Vfin = 0 = 7,70 + accelerazione X Tfin allora Tfin = 7,70/9,8 = 0,78 s
Quindi...se butto una pallina da 10 metri rimbalzerà di circa 3 metri (H = (0,5 X 0,78 * 0,78 x 10))

Uaoo..un rimbalzo di 3 metri !!!!
Ve la immaginate una pallina che fa un rimbalzo di 3 metri...vuol dire un piano di un condominio !

Peccato però che la pallina prima di rimbalzare stava a 10 metri....

domenica 5 dicembre 2010

STRATEGIA DI SOPRAVVIVENZA

E' così vasto il repertorio (così classico)
dell'alienazione che ti sembra superfluo quasi
quasi dargli voce: sul pullman in sosta dopo
il primo questuante - canta l'Ave Maria di Gounod
in versione
italiana (completo di minimicrofono portatile) -
alle 7,50 del mattino dove ognuno trascina tra rabbia
fatalità e ironia l'anello quotidiano della sua
routine - un altro ti investe col suo vissuto
(storia di un'anima redenta) alle 7,55 del mattino e
[minaccia pure
di piovere - dimentichi sempre l'ombrello pieghevole:
a che serve una comodità se non la usi ( e una vita?
a che serve una vita?) un allampanato ti sbatte
[accendini
sotto il naso - mastica in circonvoluzioni
oscure la sola alternativa che ha: togliertelo lui
[l'accendino
e altro in quell'altro modo - ne conto cinque intanto
che il pullman non parte non esce dall'anonimato
in attesa dell'autista e del numero pitagorico che gli darà
moto e destinazione - il più fastidioso l'handicappato
( o finto scemo?) che ti sbava fin nel borsellino - il più
[graffiante
il venditore di fazzoletti di carta (12 anni o giù di lì)
scende proferendo oscure bestemmie e tutti si sentono
assolti di non aver pagato la tassa giornaliera
su questa non-vita non-amore non-giustizia non-pace
del cuore: oh poesia strategia di sopravvivenza
urbana.

repost

domenica 28 novembre 2010

CASTELLO

Mai un giorno mi sono sentita a casa
tra pareti squadrate e soffitti
anonimi,l’occhio avaro delle finestre
a ritagliare rettangoli di cielo
in questi loculi per vivi:
volevo terrazzi e vaste
sale affrescate,amorini
ammiccanti a salutare
il risveglio,corridoi segreti
un pensatoio arioso,in cima
a una scala a chiocciola
quasi sospeso nel cielo,
un giardino indiano,non senza un salice
a specchio dello stagno silenzioso
di muschi,una grande voliera
con uccelli dalle gole
di miele,una sala
per i concerti e le letture
poetiche e grandi torce la sera
a giocare col vento,un chiostro
per raccolti pensieri,
un tempietto per l’urna
(detesto l’umido e il buio della terra)
visitato da uccelli e foglie
autunnali,insomma un castello
assemblato con la fantasia:
non chiedetemi di invitarvi
non saprei darvi l’indirizzo

repost

mercoledì 24 novembre 2010

ALLA SPAZZATURA

,In queste strade
non c'è nulla su cui l'occhio
possa fermarsi e/o riposare
niente che piaccia: i palazzi
tentano invano un decoro borghese
insidiato da crepe rumori,i ragazzi infoiati
a dar calci al pallone fragoroso
o a gridare nel vuoto domenicale
la loro voglia di vincere ma su che cosa
e dappertutto la macchina trionfante:invade spazi
cancella prati esala miasmi rompe i timpani
con la sirena-haimè quanto difforme dal mito-


Ora però a prevalere è il nuovo
arredo urbano dei paesi che cova il Vesuvio
montagnole di putredine-spazzatura:
ecco un effetto perverso del consumismo
e dell'autodeterminazione: nessuno
vuole i nostri rifiuti, dovunque
si tenti sversarli, il popolo
insorge in processioni guidate
dal vescovo locale.


E' un impudico uno sconcio mostrare
della città le sue piaghe segrete:
ostenta non solo fetidi rimasugli
sfasciume di mobili vasellame sbreccato
ma la sua anima ( se pure ne ha una )
altamente incivile e proterva:
mentre leva alti lamenti sui suoi disagi
non si piega a nessun rimedio
o palliativo: la raccolta
differenziata non è inscritta nel suo DNA
ma l'ammucchiata maleodorante ove
razzolano cani tignosi e gatti spelacchiati
( a proposito di zampe, che non ci sia
quella dell'onnipresente e onnipotente camorra )
la gente ha fretta il passo volta la faccia
solo il fruttivendolo indifferente resiste
col suo trirote abusivo carico di merce
e aggiunge i suoi scarti con disinvolta innocenza:


e così affondo nel ventre corrotto di questa
città inospitale, nel suo degrado e putrescenza
presagendo la fine...

repost

venerdì 19 novembre 2010

ALLE SETTE DI SERA

E’ l’ora che i negri trascinano
pesanti valigie e la loro
povera vita
tagliata alle radici
su faticosi marciapiedi accanto
a altri destini sfigurati, che la metropoli
alimenta assieme ai topi e alle carcasse
sventrate d’automobili:
s’avverte
più greve il fiato della piazza…

repost

lunedì 15 novembre 2010

LETTERA A REPUBBLICA

A: REPUBBLICA NAPOLI LETTERE E COMMENTI
PER CONOSCENZA ALL’ANM (AZIENDA NAPOLETANA MOBILITA’)

Domenica mattina, 17c.m., poco dopo le ore 11,00, sono salita nel pullman R2
targato DL923MD in piazza Garibaldi.
Dietro di me saliva un giovane nero, con uno di quei grandi sacchi celeste in cui portano la loro mercanzia , e subito dopo due controllori che gli hanno chiesto se era fornito di biglietto.
Il nero si è risentito: perché solo a lui quella domanda?, affermando tuttavia di avere il biglietto.
I due controllori non gli hanno dato il tempo di cercarlo e, strattonandolo, lo hanno costretto a scendere dal pullman.
A questo punto io, sporgendomi dalla porta centrale del pullman, ho porto al giovane nero, che stava sul marciapiede, due biglietti (benché fornita di abbonamento, ne ho sempre qualcuno in borsa per i miei nipotini), ma uno dei controllori, afferrandomi per il braccio (!!! ???) mi ha detto che non potevo farlo, perché il nero ERA STATO MALEDUCATO!!!!!!
Non sono potuta scendere dal pullman, come avrei desiderato, per far valere le mie ragioni, perché il conducente è ripartito sbattendomi le porte in faccia (non sono tanto svelta, ho 79 anni) e non ho potuto far altro che sedermi (qualcuno mi ha ceduto il posto).
COME SI E’ PERMESSO QUEL CONTROLLORE DI METTERMI LE MANI ADDOSSO E DI IMPEDIRMI DI DARE I BIGLIETTI AL NERO???
A questo punto nel pullman si sono scontrati due gruppi: chi mi dava ragione e chi ripeteva i soliti pregiudizi razziali, culminanti nella frase: Tra poco questi (cioè i neri) comandano loro in casa nostra!
Siccome io insistevo a difenderli, affermando che di fronte ai neri avevo un complesso di colpa, ricordando gli orrori e i soprusi commessi da noi italiani e dai bianchi in genere in Africa, un tale mi ha detto che se non fossi stata una donna mi avrebbe buttato dal finestrino, io gli ho dato del razzista violento e non è scoppiata una rissa perché intanto eravamo arrivati davanti al S.Carlo.
Non credo di dover aggiungere ulteriori commenti.



PUBBLICATA DA “REPUBBLICA (NAPOLI)” IL 22 OTTOBRE 2010 NELLA RUBRICA:
“LETTERE E COMMENTI- LA PAROLA AI LETTORI”
R.L.

sabato 13 novembre 2010

FORESTIERA

Mi sono sentita forestiera
dal grembo di mia madre:
sentivo l'impercettibile scostarsi
degli altri al mio sguardo
(chiedevo verità) al mio invito
impietoso di guardarci dentro senza
difese, di spiarci il sangue.
Mi sentivo respinta nell'invito
a facile allegrie: tutti aggrappati
alla superficie della vita
per timore del fondo: il fondo buio
dove specchiarsi dove consegnarsi
liberi e persi all'ultima sentenza.
Ora (che forza quali incanti
tesse la mia saggezza in solitudine)
ora posso sentirmi nella pelle
e se l'occhio è appannato, tutto
è chiaro (o quasi) alla lucidità
appresa dai miei libri (miei
amici maestri incontestati) :
ora che approdo alla tua isola
felice, Poesia, ora posso anche
dormire a lungo (o per sempre)
nel verde abbraccio dell'erba
ancora forestiera, ma per scelta.

domenica 7 novembre 2010

O MERLA CIAO:-))



Un fruscio lieve di ali, son corsa e sul davanzale c'era una merla stanca...Le piume grigie, ancora brillanti, il becco un pò giallo, gli occhietti vispi, come in attesa,l'ho presa tra le mani: era tremante, non sapevo cosa fare, poi ho cominciato ad accarezzarle il piccolo capo e l'ho portata tra le rose rimanendo in attesa...All'improvviso è arrivato il merlo maschio che la cercava ed insieme hanno ripreso il volo:-)

Due merli si rincorrono
tra i rami
e cadono le foglie,un attimo sospese
da un vento lieve.
Volano nell'aria
e intorno danzando
ricamano l'autunno.

giovedì 4 novembre 2010

RACCONTO DI CARNEVALE

- Su, su, nanetti è Carnevale, preparatevi, andiamo a divertirci- disse Biancaneve ai nanetti.
Cominciarono le solite lamentele: Pisolo diceva - ma io ho sonno, voglio dormire! -
Eolo si lagnava - ma io ho il raffreddore! Etcì etcì! Se esco mi raffreddo ancora di più! -
Mammolo mormorò arrossendo - ma io mi vergogno di andare in mezzo a tanta gente che non conosco! -
Gongolo, Cucciolo e Dotto, invece, dissero subito di sì.
Gongolo gongolava, Cucciolo saltava per l’impazienza e Dotto voleva uscire subito per andare a studiare le maschere.
Il più arrabbiato era il solito Brontolo - e che cos’è questo cavolo di Carnevale?! Vorrei sapere, quattro imbecilli mascherati, io non ci vengo, no, no, e no!! -
Alla fine Biancaneve riuscì a metterli tutti d’accordo, fece l’aerosol ad Eolo, poi uscirono, con Biancaneve in testa, i nani dietro in fila.
Che belle mascherine incontrarono! Arlecchino,Colombina, Zorro, Spiderman e tante fatine svolazzanti. Il più divertente di tutti era Pulcinella, che mangiava i maccheroni con le mani e faceva tante pernacchie. I nanetti si divertivano molto, ma ecco, improvvisamente, apparire un’altra Biancaneve seguita da sette nani.
Si guardavano stupefatti gli uni con gli altri e si schierarono in modo che ognuno avesse il suo gemello di fronte: Cucciolo con Cucciolo, Brontolo con Brontolo, ecc ecc...
Fu Brontolo ad iniziare le ostilità.
- Ehi tu, chi ti credi di essere, con questa faccia da cretino, il vero Brontolo sono io! - e tirò la giacca al falso Brontolo, il bambino mascherato, che fece altrettanto e così cominciarono a picchiarsi.
Allora si scatenò l’inferno: Cucciolo e il falso gemello si tirarono le orecchie, i due Gongolo le alucce dalla fronte, i due Eolo il naso, i due Dotto gli occhiali, i due Pisolo le barbe e i due Mammolo arrossirono e si fecero le linguacce.
Naturalmente le orecchie del vero Cucciolo non si staccarono, quelle del bambino mascherato da Cucciolo sì, e così per le alucce dei Gongolo e il naso degli Eolo: i nani veri urlavano più forte, perché si facevano davvero male.
Le due Biancaneve correvano avanti e indietro per dividerli, gridando.
Ma alla fine litigarono anche loro, strappandosi le corone e tirandosi i capelli. La vera Biancaneve urlava per il dolore, mentre quella falsa aveva perso la parrucca e così si era scoperto che era bionda.
Per fortuna arrivarono le altre mascherine che calmarono i litiganti, e alla fine si capì quali erano i veri nanetti e quali erano quelli in maschera, fecero tutti la pace e se ne andarono sotto braccio: Cucciolo con Cucciolo ecc…
Solo il vero Brontolo brontolava ancora, sottovoce - gli vorrei dare un altro pugno in testa a questo scemo! -
Ma poi si calmò e si mise anche lui sotto braccio al falso Brontolo, che era un burlone e lo fece ridere raccontandogli barzellette divertenti.
E Pulcinella concluse:
- Amici miei, balliamo e cantiamo, lanciamo i coriandoli e suoniamo le trombette. Evviva! E’ Carnevale e ogni scherzo vale!

mercoledì 27 ottobre 2010

Izmir




Izmir, questa sconosciuta....

Innanzitutto non si chiama neanche Izmir, o meglio all'estero è conosciuta così, in quanto questo è il suo nome turco, ma la città si chiama Smirne.

Il nome Smirne (Smyrna) significa Mirra in greco antico, e si riferisce alla presenza di questo arbusto nella zona dove la città è stata fondata.

Ma al di là di questo, dove cacchio si trova questa città ? Quanto è grande ?

Wikipedia mi spiega che Smirne è una città di 4.130.444 abitanti (5,3 milioni nell'area metropolitana) della Turchia centro-occidentale, la terza del paese per numero di abitanti dopo Istanbul e Ankara, che è anche un grande ed efficiente porto situato sull'omonimo golfo, nel Mare Egeo e che è una delle città che si contendono l'onore di essere la città natale del leggendario (e forse mai esistito) poeta antico Omero e di Bione.

Ma allora perchè non l'ho mai sentita prima ?

Per arrivarci occorre passare da Monaco (in Germania), o da Istanbul (passando però da Roma), insomma non è proprio agevole, ma d'altronde da Torino ormai è difficile raggiungere in aereo qualsiasi località...

La Turchia sta diventando la fabbrica di Europa (e di tutto il mercato dell'Arasia) e, almeno su alcuni campi, non ha molto da invidiare alla Cina, in quanto a produzione.

Non ci credete ?

Ebbene, sappiate che qui, non proprio ad Izmir, ma qui vicino, c'è un'azienda che progetta e costruisce televisori per ben 395 marche differenti !

395, avete capito bene.

Guardate la vostra tv, è assai probabile che, a prescindere dalla marca che vedete, sia stata progettata e prodotta qui....

L'azienda è enorme, migliaia di dipendenti, 24 ore su 24 ore di produzione, su tre turni di 8 ore.

Tutti giovani, pari dignità uomo / donna, forse più donne che uomini al lavoro.



Siamo proprio così sicuri di essere noi occidentali a dover spiegare agli altri alcune norme sulla parità dei diritti e sulla civiltà ?

Ha ancora senso discutere se la Turchia debba essere o meno in Europa, quando di fatto sono la fabbrica di moltissime aziende europee (pure la fiat si fa fare qui le macchine, tanto per stare in tema...) ?

Io non so rispondere, ma qui si tocca con mano storia, cultura e una notevole espansione economica.



Alla prossima

mercoledì 20 ottobre 2010

AL VARCO

Con questi pochi fogli arriverò al varco
e starò in fila con gli altri paziente.
Il passatore mi scruterà dall'alto chiedendomi
perentorio: - e tu chi sei? sul mio elenco è scritto
"docente": - No - risponderò col solito
imbarazzo la voce un pò
arrochita - no, io ho solo imparato
nè m'è bastato il tempo di capire...-
Poeta? hai le referenze il curriculum
le note critiche? - Scuoterà il capo, lo sguardo
pesante d'ironia - No, era un hobby un
gioco un segreto vizio - sussurrerò a disagio-
Una volta soltanto colsi la grazia:
vedi quei versi, sono ricamati
sulla mia camicia da notte, come gli antichi
motti delle donne pudiche
proteggono i miei sogni, splendori nel buio-
- Allora passa - dirà il traghettatore
rabbonito: - Potrai fermarti, se vuoi, sulla riva
del fiume di Siddartha,
il lungo canto dell'acqua per te
avrà un senso, sarà pace e armonia.

domenica 17 ottobre 2010

IL NANO VOLANTE

Nanetti, sveglia! disse Biancaneve.
Cucciolo e Gongolo, come sempre, furono i primi a saltare giù dai lettini.
Cucciolo, vai a lavarti e prepara la tavola per la colazione, ordinò Biancaneve, che aveva organizzato i turni settimanali apposta.
Appena il nanetto più piccolo di tutti fu uscito, Biancaneve batté le mani:
Presto, presto, alzatevi, ché dobbiamo preparare una festa a sorpresa per Cucciolo. Dopo colazione lo manderò in cucina a sbucciare le mele per la torta, e intanto noi gli faremo una bella improvvisata, oggi è il suo compleanno, l’avete dimenticato?
Allora cominciarono le proteste.
Pisolo si lagnò: Ma io voglio restare a dormire ancora!
Eolo accampò la solita scusa: Ma io ho il raffreddore, etcì, etcì!
Dotto si difese: Ma io sono vecchio e poi stamattina devo consultare un libro antico, che mi è appena arrivato…
Mammolo si fece tutto rosso e cominciò a balbettare: Ma ma io io so sono sta sta stanco!, per paura che, approfittando della sua timidezza, gli facessero fare i lavori più noiosi e pesanti.
Solo Gongolo era entusiasta: Evviva! Evviva! Una bella festa!
Brontolo addirittura si inferocì: Non contate su di me per quella testa di c…(l’ultima parola la brontolò fra i denti, perché Biancaneve non voleva sentire parolacce), e se ne uscì sbattendo la porta.
Tutti sapevano già che ce l’aveva con Cucciolo, alle volte si erano anche picchiati, perché in fondo in fondo (ma non lo avrebbe ammesso mai) Brontolo era geloso di Cucciolo, che essendo più piccolo, aveva più coccole da Biancaneve, perciò nessuno fece caso alla sua uscita.
Biancaneve comunque riuscì a metterli in riga, portò il caffè a Pisolo, fece l’aerosol ad Eolo, rassicurò Mammolo che gli avrebbe fatto fare solo lavoretti leggeri, infatti lo mise a ritagliare carte veline colorate per fare festoni; Gongolo gonfiò i palloncini, Pisolo provò la canzone di auguri al pianoforte, Dotto scrisse una poesia su un cartellone.
Nel pomeriggio cominciò la festa, i nanetti cantarono, suonarono, ballarono ed erano così infervorati che nessuno fece caso all’assenza prolungata di Brontolo.
Solo Biancaneve era preoccupata e ogni tanto, senza darlo a vedere, sbirciava dalla finestra.
Alla fine, mentre tutti cantavano in coro: Tanti auguri a te! Cucciolo commosso spense le 100 candeline sulla torta.
Allora Biancaneve, che non ne poteva più per l’ansia, invitò i nanetti a seguirla nel bosco per cercare il loro compagno assente, perché il sole stava tramontando e tra poco sarebbero avanzate le ombre della notte.
I nanetti cercarono dappertutto, chiamando Brontolo a turno e tutti insieme, ma di lui non trovarono nessuna traccia.
Scese la notte, ma Brontolo non si ritirò a casa.
Passarono i giorni e i mesi, Brontolo non tornava, i nanetti erano tristi e inquieti, perché in fondo gli erano tutti affezionati e sentivano la mancanza dei suoi brontolii.
Un giorno Biancaneve, che soffriva molto, anche se non lo dava a vedere per non avvilire di più i nanetti, per farli distrarre decise di condurli a vedere lo spettacolo di un circo che si era installato ai margini del bosco.
La seguirono di malavoglia, solo perché lei insisteva.
Videro elefanti, domatori di leoni, cavallerizze spericolate, pagliacci e alla fine fu annunciato un numero sensazionale: il Nano Volante.
Apparve sulla scena un nano con un mantello simile alle ali di un pipistrello, che doveva lanciarsi da un trapezio all’altro, nel vuoto.
I nanetti alzarono il naso in su e quando il Nano Volante lasciò il primo trapezio uscirono in un solo grido: Brontolo!!! Ma quello è Brontolo!!!
Il Nano Volante ebbe un attimo di esitazione, non raggiunse a tempo il secondo trapezio e cascò pesantemente sulla rete sottostante.
Biancaneve fu la prima ad accorrere, ma il povero nanetto era svenuto.
Lo portarono dietro le quinte e quando riaprì gli occhi, ancora tutto stordito, fu assalito dai suoi amici , che gli rivolsero mille domande e mille rimproveri:
Non mi hai fatto più chiudere occhio!diceva Pisolo.
E Dotto sospirava: Non riuscivo più a concentrarmi sui libri!
Mammolo balbettava più del solito e non si capiva niente di quello che stava farfugliando.
Gongolo ballava per la contentezza.
Eolo si soffiava il naso più rumorosamente del solito.
Cucciolo lo abbracciò forte forte e Biancaneve gli fece tante coccole.
Brontolo pareva confuso ma in fondo felice.
Piano piano fu tutto chiarito.
Il giorno del compleanno di Cucciolo, Brontolo, arrabbiatissimo, se n’era andato nel bosco, era inciampato su una radice e aveva battuto la testa, perdendo la memoria.
Il direttore del circo lo aveva trovato e gli aveva insegnato a volare tra i trapezi.
Era diventato bravo e gli era anche piaciuto esibirsi davanti alla folla nel circo, ma ora che, cadendo nella rete, aveva riacquistato la memoria, voleva tornare con Biancaneve e i suoi amati fratellini.
Il direttore del circo era molto dispiaciuto, ma si dovette arrendere.
Così Brontolo tornò nella casetta in mezzo al bosco, Biancaneve gli preparò tante ghiottonerie, gli altri nanetti gli fecero grandi feste, tanto che Brontolo per un bel pezzo…smise di brontolare!

giovedì 14 ottobre 2010

Debito sovrano.....36 anni dopo o forse, 2a parte

Dopo la cerimonia in comune, di corsa a casa per festeggiare l'evento con pasta al forno e braciola ( involtino di carne bovina con formaggio e uova),quindi in viaggio per Napoli ospiti dei parenti della mia adorata sposa. A Porta Nuova il treno partì in orario, durante il viaggio lo splendore della campagna ci faceva compagnia mentre ci scambiavamo l'amore.
Nel programma del nostro viaggio di nozze ci aspettava un fine settimana al Vesuvio, hotel che sovrastava Margellina ed il ristorante della zì Teresa, mi sentivo quasi un principe. La mattina quando spalancai le tende, ( avevo poco meno di 23 anni ), mi avviai al piano terra per fare colazione ( avevamo rifiutato di farla in camera), incrociai lungo il corridoio una donna elegantissima che al mio buongiorno mi rispose schiacciandomi due delle sue dita sulle labbra, le sentii molto fredde e come di incanto mi ricordai del lavoro e dei debiti da pagare... Da allora sembra che il tempo si sia fermato, la crisi perenne della fiat, con i suoi alti e bassi, con le sue obbligazioni "spazzatura", allora forse come oggi, sarebbe bastato svalutare la lira, accompagnata da qualche licenziamento ed il problema sarebbe risolto...Qualche anno dopo la marcia dei 40.000 colletti bianchi a Torino, per chiedere lavoro e futuro per i propri figli...Dopo tantissimi anni mi accorgo che la fascia dei ricchi e poveri si è allargata di moltissimo, tenendo in considerazione che l'1% possiede la ricchezza del 47% del pianeta, i più ricchi vivono in Europa e in Nordamerica...

martedì 12 ottobre 2010

36 anni dopo o forse 1a parte


Era un giorno come un altro, in un comune in provincia di Torino mi scambiai un anello con una donna come se fosse un gioco di bambini. La cerimonia fu molto modesta ( anche perchè alcune settimane prima al casinò di S. Vincent andarono in fumo i risparmi del mio amore), da allora vi assicuro che tante cose sono cambiate ed altre no :-) intanto vi invito a brindare con noi :-)

venerdì 8 ottobre 2010

DIARIO DI GUERRA

Era il 9 giugno 1940, avevo compiuto nove anni da pochi giorni, mio padre mi condusse a visitare la Mostra d’Oltremare, che quella sera si inaugurava (sarebbe stata chiusa il giorno dopo) in una vasta area, ai margini del mio quartiere, Fuorigrotta, in uno sfolgorio di luci e una grande ressa di visitatori.
Stringevo forte la mano di mio padre e guardavo con occhi stupiti quel paese delle fiabe, i minareti di pietruzze luccicanti, gli ascari con i loro costumi sgargianti (era la prima volta che vedevo un uomo “di colore”), la breve teleferica, che congiungeva la Mostra alla collina di Posillipo, ma soprattutto m’incantò la Torre del Partito, all’entrata, tutta illuminata, la cui parete frontale era interamente coperta da una gigantografia di lui, il Duce, a mezzo busto, in posa di condottiero, con un sorriso smagliante, che prometteva sicurezza, assicurava il successo, garantiva la vittoria.....

Il giorno dopo, 10 giugno, nel pomeriggio stavo tornando con mia madre verso casa e vidi improvvisamente le strade vuotarsi: la gente correva nei bar o a casa per ascoltare il discorso di Mussolini, la dichiarazione di guerra…
La voce tuonava dagli altoparlanti, io non capivo gran che, ma quando cominciarono a trasmettere le ovazioni della folla sotto il balcone di Palazzo Venezia, mia madre, che aveva già sofferto la Prima Guerra Mondiale, esclamò risentita:
“Vide lloco, chillu disgraziato!”
Raggelai: disgraziato al Duce, quello della gigantografia, delle letture sul mio libro di V elementare che inneggiavano al Fascismo, ai suoi martiri…Avevo perfino vinto un premio, in una gara tra gli alunni delle scuole elementari di Napoli, per un tema sul Duce…
Però non chiesi nulla: non si usava, ai miei tempi, chiedere spiegazioni ai grandi.....

Del Fascismo mi piaceva la mia divisa di Piccola Italiana, con la M di legno colorato cucita sul taschino,il gonnellino nero e il mantello che si chiudeva in gola con una catenella dorata: ah, quanto amavo il mio mantello, che indossavo ogni sabato per l’alzabandiera, davanti alla Casa del Fascio, dove c’era un altorilievo che rappresantava Filippo Corridoni…
E fu in quella casa del Fascio che per la prima volta incontrai il Teatro: non ricordo più l’argomento della recita, fatta da ragazzi della G.I.L.(Gioventù Italiana Littorio), probabilmente riguardava la guerra e l’immancabile vittoria finale, ma il momento culminante fu la canzone di Lili Marlene, cantata da una ragazza, sotto un finto lampione, con un costume che al cambio delle luci si colorava di blu di rosso di giallo…Ne fui affascinata

La prima sensazione della guerra è legata all’oscuramento.
La sera bisognava spegnere le luci o almeno schermare le finestre, per evitare che i bombardieri nemici individuassero i centri abitati.
Mio padre una sera stese un enorme foglio di carta azzurrina – quella usata per impacchettare i vermicelli – sulla tavola della cucina, sotto la carta moschicida, punteggiata di nero dagli insetti che vi erano rimasti invischiati, la tagliò a strisce e l’incollò sui vetri delle finestre, per evitare che si rompessero “per lo spostamento d’aria”, dovuto alle esplosioni.
Quando faceva buio, accendevamo una fioca luce solo in cucina, dove i vetri delle finestre erano stati completamente ricoperti da una carta nera lucida, quella che usavamo per ricoprire libri e quaderni scolastici, perché il nero mantiene (=dissimula) lo sporco.
Il capopalazzo girava intorno all’isolato delle Case Popolari - rione Duca d’Aosta - dove abitavamo e richiamava con voce stentorea gli inosservanti: signor Pagano! Spegnete le luci! Signora Valentini!
A proposito di quest’ultima, mi è rimasta impressa una sua conversazione con mia madre: la signora si mostrava molto compiaciuta perché dalla contraerea nemica non era stato abbattuto l’aereo pilotato da suo figlio, bensì quello che gli volava a fianco.
Lei attribuiva lo scampato pericolo del figlio alle sue preghiere, rivolte alla Madonna di Pompei.
E io pensai a quell’altro aviatore caduto con una stretta al cuore: per lui non aveva pregato nessuno?

Avevo ascoltato per anni i racconti di guerra di mio padre, che era tra i pochi uomini alti all’epoca, infatti aveva combattuto da granatiere nella Prima guerra Mondiale, a 20 anni, ed era stato anche ferito a un braccio. Descriveva la vita di trincea, gli scontri corpo a corpo con gli Austriaci sul Monte Grappa, quando avanzava con la baionetta inastata, come ubriaco, e una volta ci raccontò la fucilazione di un giovanissimo commilitone napoletano, che aveva cercato di fuggire e, riacciuffato, era stato subito fucilato mentre invocava a gran voce: “Mammà, Maronna mia!”
Erano comunque fatti lontani, mitici, mentre questa guerra era vicina, incombente, ci stava addosso a tutti, grandi e piccini.
Quando i bombardamenti si intensificarono, che tormento svegliarsi di notte al suono della “sirena” che ululava in cima ai tetti, rivestirsi in fretta e correre nel “rifugio”, che poi era lo scantinato del palazzo: le prime volte noi ragazzi giocavamo a nascondino dietro i pilastri, ma poi il rumore delle esplosioni impressionò anche noi…La mattina dopo cercavamo per strada le schegge della contraerea, però corse voce che i bombardieri lanciavano penne, che esplodevano in mano ai bambini e ci fu proibito di raccogliere qualunque cosa per la strada.
Sentivamo di palazzi crollati per i bombardamenti, di gente rimasta senza casa…Ormai dormivamo vestiti, per essere più pronti a scendere nel rifugio quando suonava l’allarme..
La sera una processione di famiglie si recava a passare la notte sotto la grotta che congiungeva Fuorigrotta con Mergellina: i più tempestivi, o più prepotenti, si erano accaparrati i posti al centro, considerati i più sicuri, ma i miei genitori non ci vollero mai mettere piede.
Altri, per paura o perché non avevano più casa, dormivano sui gradini delle scale della metropolitana: la mattina, per andare a scuola, dovevamo scavalcare corpi maleodoranti e misere masserizie…

La situazione divenne intollerabile, i bombardamenti imperversavano anche di giorno: ricordo una volta, a via Toledo, la folla in fuga, che mi schiacciava contro il muro, dove rimasi, bloccata dal panico, finché una donna mi trascinò via con sé, in un rifugio poco lontano…
Un’altra volta dovemmo scendere dal treno, fra la stazione del Corso Vittorio Emanuele e Montesanto, perché era mancata la corrente. Camminavo incespicando in un tunnel al buio, chi poteva si accendeva una torcia col giornale, un ragazzo che aveva solo un accendino mi chiese della carta e io sacrificai una parte del libro delle Fiabe di Andersen che avevo con me…
Quanto mi piacevano le canzoni del tempo di guerra! Ancora adesso, restano dolci nella memoria con i loro motivi, perché comunque legate alla fanciullezza:
La Sagra di Giarabub: Colonnello non voglio pane
dammi il piombo per il moschetto
……………………………………
Colonnello non voglio l’acqua
dammi il fuoco vendicatore…..
ma la preferita era: Soldatini di ferro, tanto più che me la cantava mio cugino Fernando, con il quale avevo un feeling infantile:
Dice il bimbo : Papà, per favor
sai tu dirmi se in petto hanno un cuor?
Sorridendo il papà dice: No
I soldati che vedi oggidì
Sono tutti di ferro così.

All’inizio del 1943 le scuole furono chiuse e gli alunni promossi in base ai voti del primo trimestre.
Allora sfollammo a Soccavo, attuale periferia sovraffollata di Napoli, allora un paese di campagna, a casa di mia zia Fortuna, una casa formata da due enormi stanzoni dalle pareti scrostate, in cui ci ammucchiammo una famiglia per camera, una cucina annerita con uno sportello in alto come unica bocca d’aria e una rientranza nel muro chiusa da una porta di legno: era il gabinetto!
In seguito ci trasferimmo in un terraneo di una casa di campagna e qui entrai in contatto diretto con la cultura contadina: i materassi erano riempiti di sbreglie, ovvero di foglie secche di granturco, che la mattina bisognava rivoltare, infilando le mani in un’apposita apertura del saccone; le contadine, scoprii, non portavano biancheria intima e urinavano sulle zolle aprendo le gambe, in piedi, il che mi impressionò non poco ( tutto sommato ero una cittadina!); imparai a raccogliere l’erba per i conigli, andando scalza per i prati (i piedi mi si allargarono e si indurirono, cosa di cui da adolescente mi sarei rammaricata) e a spaccare i tronchetti di legno con l’accetta.
La sera, d’inverno, andavamo nell’ampia cucina del contadino che ci ospitava e lì ci stringevamo intorno al camino acceso, ascoltando i racconti dei grandi: “la fiamma è bella” e mi incantava.
Vidi perfino un rituale di preparazione a un matrimonio, in quei tempi così precari: in un basso c’era, esposto sulle sedie impagliate, il corredo ricamato della sposa, con le carte veline sotto i ricami per metterli in risalto…
Su una sedia c’era una grossa bambola, con un enorme vestito a campana, non destinata a giochi infantili, ma a sedere al centro del letto matrimoniale, con la gonna aperta a far da copriletto. Ancora oggi si sente dire da qualche donna anziana, a proposito di una bella ragazza: “Si’ bbella comm’a bambula mmiez’o lietto!”

Del resto in un’altra casa avevo visto dei giocattoli: un camion, una busta coi birilli, appesi a un chiodo e alla mia domanda meravigliata, i bambini avevano risposto rassegnati: “se no si rompono”.
Io invece avevo una bambolina di pezza che mi portavo dappertutto, in tasca o in una borsetta: era piena di segatura, aveva i capelli fatti con le reste del granturco e gli occhi e la bocca dipinti sulla stoffa.
Alla fine dovette rosicchiarla un topo, la trovai tutta sventrata e ne soffrii, ma ormai ero grande per le bambole.
Al piano di sopra abitava una coppia senza figli: lui ogni mattina scendeva impettito la scala, vestito da fascista di tutto punto, gambali e fez compresi. Probabilmente così conciato andava in giro per i negozi a ottenere qualche genere alimentare.
Il 26 luglio la moglie del fascista si affacciò dalla scala, gridando che il marito non aveva mai fatto male a nessuno: io non capivo cosa avesse da sbraitare così all’improvviso, poi alle spalle spuntò il marito, in borghese, senza più l’aria baldanzosa e scopersi improvvisamente quello che era: un pover’uomo.
Non si trovava più nulla da mangiare, nemmeno alla borsa nera, mia madre un giorno cosse le bucce dei piselli. Capii la fame…

Dopo l’armistizio, molti prigionieri si rifugiarono nelle campagne presso i contadini, in attesa dell’arrivo dei liberatori americani.
Un prigioniero indiano morì e ne celebrarono il funerale fuori delle mura del cimitero del paese, con canti e lamenti così struggenti, che mi impressionarono molto.
Quando i tedeschi si ritirarono passando sulla via nazionale, dai carri armati sparavano raffiche di mitra in direzione delle traverse che tagliavano la loro strada, probabilmente per timore di attentati, per intimidire la popolazione.
Io ero andata come al solito ad attingere acqua alla fontana lungo una strada traversa, a un certo punto vidi tutti che scappavano, ma non volevo lasciare il mio secchio pieno: sopraggiunse mio padre e mi trascinò via. Alle spalle sentivo crepitare la mitragliatrice: mia madre mi credeva già morta, pianse quando mi vide tornare, tanto che mi sentii in colpa.

Anni prima, all’inizio della guerra, avevo conosciuto un soldato tedesco al quale mi ero molto affezionata, era il fidanzato di una giovane cugina di mia madre, mi faceva sempre il verso quando invece di dire: - no- emettevo un suono tipicamente dialettale,
intrascrivibile, una sorta di - nnzz -
Che fine fece l’allegro, l’affettuoso Rudolph? Riposa forse anche lui nel cimitero di guerra tedesco di Cassino, tra tutti quegli altri giovanissimi, sacrificati come lui a un folle progetto ?
Il giorno in cui si sparse la voce che erano arrivati gli americani in città, mio padre seguì alcuni amici che andavano a Napoli e tornò la sera con un grosso pacco: una fellata di provolone e mortadella.
Quella mortadella al palato mi sembrò un nettare e da allora continua a sembrarmi squisita…
Gli americani avevano piantato le tende nelle campagne vicine: i miei cugini un pomeriggio mi trascinarono con loro, assicurandomi che ci avrebbero dato le caramelle. Nella tenda ci fecero sedere e chiesero a me, viso d’angelo, di ripetere delle parole inglesi che mi andavano suggerendo, evidentemente oscenità, che io presi a balbettare con la mia vocetta timida e loro ridevano ridevano, ridevano, anzi sghignazzavano… La mia voce cominciò ad incrinarsi, ero sul punto di piangere e così la smisero e ci dettero le caramelle.

Rientrammo a Fuorigrotta, alla fine del 1943, perché mia sorella ed io potessimo riprendere gli studi, ma niente e nessuno era più come prima.
Quando tornammo a scuola, Napoli era invasa dagli afro-americani e dagli sciuscià, e passando per i vicoli di Montesanto, sentivamo gli scugnizzi che ci cantavano dietro i versi della “Tammurriata nera”:
‘E signorine napulitane / fanno ammore co ‘ e marrucchine
Crescevamo, e allora mia madre scucì in vita i nostri vestiti e li allungò con una striscia di lana o di cotone fatta all’uncinetto, tra il busto e la gonna, con patetici risultati.
Trascinavo un paio di scarpe con la tomaia molto dura, che mi aveva provocato fastidiose mozzicature (= piaghette) sul tallone, per lo sfregamento contro la pelle. Erano state ricavate da calzolai solerti da scarpe dei nostri soldati, saccheggiate da un deposito militare e rivendute a gente come noi..
Avevamo dei cappotti ricavati dalle coperte americane, tutti dello stesso colore, un marrone rossiccio: il primo anno mi calzò da cappotto, in seguito da giacca a tre quarti e poi da giacca..
Non ricordo di aver fatto mai il bagno, in quegli anni, ci lavavamo
“a pezzi”.
Non ne potevamo più di mangiare la polvere di piselli degli americani, che aveva invaso le nostre mense e volentieri ne portavamo pacchi al professore di matematica, che ne faceva incetta, Però a casa degli zii ricchi la mangiai mescolata alla carne in scatola e mi sembrò squisita.
Anche la carta scarseggiava: i miei quaderni, di cui ancora conservo qualche esemplare, erano ritagliati da certi vecchi registri che mio padre, impiegato comunale, aveva trafugato.
Avevo tredici anni ed ero piuttosto bassina, tanto che in famiglia mi chiamavano: zi’Assunta, che era una vecchia zia di mio padre, di statura assai piccola. Poi mia madre mi rimpinzò con le vitamine portate dagli americani e ricominciai a crescere, e crebbi fino a vent’anni, raggiungendo un livello di statura accettabile per una donna del Sud e della mia generazione.
La scuola però - incredibile - era un corpo completamente separato, si studiavano gli stessi programmi di sempre, come se mai nulla fosse successo, come se l’immane tragedia che aveva sconvolto l’Europa fosse avvenuta su un altro pianeta…
Solo più tardi, dai libri, dai giornali,dalla radio, dal cinema mi venne tutto addosso: Hitler, l’Olocausto, la resa di Berlino, la Resistenza, Anne Frank, Primo Levi, Hiroshima…
Perfino delle Quattro Giornate di Napoli, perfino degli scugnizzi napoletani medaglia d’oro seppi dopo e non a scuola!

repost

lunedì 4 ottobre 2010

STORIA DEI DIECI CAPPUCCETTI

Cappuccetto Rosso,come sanno tutti,abitava al margine di un bosco,in una casetta isolata.
Da un po’ di tempo però le cose erano cambiate : operai avevano abbattuto alberi,spianato una radura e costruito un piccolo grazioso condominio di nove appartamenti,circondato da un bel giardino.
Erano venute ad abitarci nove famiglie e in ognuna di esse c’era una bambina-Cappuccetto : Giallo, Rosa,Blu,Verde,Arancione,Marrone e perfino Bianco,Nero e A Pois come la Pimpa!
“Che bello - pensò Cappuccetto Rosso - potrò finalmente giocare con altre bambine come me!”
Il giorno dopo,mercoledì,per Cappuccetto Rosso era giorno di lavoro:
si alzò all’alba e,da bravo personaggio di fiaba,infilò al braccio il cestino della colazione per la nonna e si avviò verso il bosco,non senza aver ascoltato le raccomandazioni della mamma : “Attenta
al lupo ecc ecc..”
La fiaba si svolse senza intoppi,come al solito : lupo,nonna,cacciatore fecero il loro dovere e per le otto era tutto finito.
Stretta la foglia,larga la via ecc ecc..,il lupo se ne stava tornando nella tana fischiettando,quando ti vede un Cappuccetto Rosa che gli sbarra la strada.
Il lupo s’immobilizzò sulle quattro zampe,ma il lavoro è lavoro,la fiaba è la fiaba e cominciò la solita solfa:
“Dove vai,bella bambina?”
“Vado dalla mia nonnina”
“ E dove abita?”
“In cima alla collina”,e via di corsa a divorare la nonna,che,ignara di tutto,si stava lavando e al lupo gli toccò di inghiottire anche la saponetta. Poi arrivarono Cappuccetto Rosa,il cacciatore,il lieto fine…
Il lupo se ne stava tornando alla tana,convinto di aver finito,erano le dieci,ancora presto,tutto sommato. Ricominciò a fischiettare,quando ti vede un Cappuccetto Giallo…e tutto come prima,con l’aggravante che la nonna questa volta stava prendendo una medicina amarissima…
Poi diventò un incubo: a mezzogiorno il lupo s’imbattè in Cappuccetto Blu,alle due in Cappuccetto Arancione (la nonna stava mangiando un piatto di schifosa -per la belva- verdura,che dovette inghiottire insieme alla vecchietta); alle quattro del pomeriggio ormai avanzato incontrò Cappuccetto Verde,proprio quando stava per tirare un sospiro di sollievo,infatti non l’aveva subito vista,mimetizzata com’era tra le foglie.
Il lupo ormai arrancava sulla salita,aveva il fiato grosso,la nonna poi stava stirando e nella fretta ingoiò anche il ferro bollente…E al ritorno il poveraccio non fischiettava più,si massaggiava la pancia con la zampa..
Alle cinque e mezzo (ormai tutti acceleravano e il cacciatore faceva certe orrende cuciture,che al lupo gli facevano vedere le stelle..)eccoti Cappuccetto Marrone,poi quella A Pois e Cappuccetto Bianco,che fu vista – era ormai scuro – perché aveva la mantellina fosforescente e l’ultima,l’odiosa Cappuccetto Nero ,che il lupo in un primo tempo non aveva visto,era buio pesto,poi aveva tentato di scansare,nascondendosi nell’ombra,e invece eccola emergere sullo sfondo della notte con la sua mantellina scura e chiamarlo con una vocina sadica: “Lupo,che fai,non mi vedi?”
Il povero lupo ormai rantolava,con la lingua penzoloni,camminava strisciando quasi con la pancia a terra…
E non vi dico la nonna: una volta l’aveva trovata che faceva la cacca…,è meglio sorvolare,il lupo quasi la stava vomitando..
Insomma,un vero macello.
Stretta la foglia,larga la via…finirono che era passata mezzanotte..
La mattina dopo,eccoli tutti a vociare e ad accapigliarsi nel Sindacato dei Personaggi Fiabeschi: c’erano tutti,il lupo innanzitutto,poi il cacciatore,la mamma,la nonna e i dieci Cappuccetti,asserragliate in un angolo con certi sorrisetti sornioni…
“Io assolutamente non ce la faccio più,BASTA!”ululava il lupo,con gli occhi che mandavano scintille.
“E io allora,che sono anziana e mi trovo questa bestiaccia sempre addosso?” piagnucolava la nonna.
“Credete che non sia stanco anch’io,sempre a tagliare e a cucire la pancia di quel lupo?” strepitava il cacciatore con un vocione da far paura.
“Anch’io sto male,mi è venuto mal di gola sempre a ripetere quelle raccomandazioni” si raccomandava la mamma,con la voce diventata rauca.
“Che ci possiamo fare noi?” dissero malignamente in coro i dieci Cappuccetti,la fiaba è fiaba ..”
Strillavano tutti insieme,il funzionario addetto riuscì a stento a calmarli e,dopo lunghe trattative,fu stabilito un turno:non più di due Cappuccetti al giorno,e tutti avrebbero avuto gli straordinari…
Ai Cappuccetti fu fatto un richiamo, per eccesso di zelo…
Se ne andarono discutendo ancora vivacemente..
Stretta la foglia,larga la via,dite la vostra che ho detto la mia.

giovedì 30 settembre 2010

TUTTI A BERLINO...


martedì 28 settembre 2010

TUTTI A BERLINO...


domenica 26 settembre 2010

TUTTI A BERLINO...


giovedì 23 settembre 2010

TUTTI A BERLINO...



martedì 21 settembre 2010

TUTTI A BERLINO...


sabato 18 settembre 2010

TUTTI A BERLINO...


mercoledì 15 settembre 2010

OGGI COMPIE 3 ANNI:-) IL BLOG!

Oggi questo spazio virtuale compie 3 anni, abbiamo conosciuto tanta gente con cui c'è ancora un bel contatto, altri si sono allontanati, qualcuno ha eliminato il blog perchè aveva altro da fare:-) Il blog è stato un'esperienza molto simpatica, ci ha permesso di dialogare con diverse persone, di apprezzarne i lati positivi e discutere su temi che non sempre ci vedevano concordi. A noi è piaciuto così, chiamarlo l'ISOLA CHE C'E', perchè in fondo la vita è come un'isola, ci sono nubifragi, tempeste, barche alla deriva, ma l'isola è sempre lì, ferma, cambia col tempo, ma gli abitanti sono sempre gli stessi, a volte ce ne sono alcuni di passaggio, si fermano e volano via, altre restano ed è bello condividere con loro pensieri e parole:-)

sabato 11 settembre 2010

Il simbolo di Berlino


Me ne sono reso conto solo dopo una settimana.
Li ho visti ovunque, nell'albergo, in fiera, all'aereoporto, ai giardini, vicino alla porta di Brandeburgo, nel parco, per strada....
Ogni negozio ne mostrava, orgoglioso, uno.
Ma non avevo compreso.
L'ho capito solo ora, che mi accingo ad andare ad Amsterdam.
L'orso è il simbolo di Berlino.
Ma...perchè ?
Qualcuno lo sa ?

mercoledì 8 settembre 2010

RITORNO A QUADRELLE

Ho scritto questo resoconto per non stancarmi a ripeterlo e per conservarne una memoria scritta per me.
Un amico poeta mi aveva parlato di un centro culturale sorto a Quadrelle (provincia di Avellino), che promuoveva premi di poesia e di narrativa.
E così quest’anno vi ho partecipato con la terza parte del mio diario, quella intitolata “Ricordi di scuola”, che riguardava appunto l’insegnamento nelle scuole elementari di quel comune, nei lontani anni dal 1952 al 1960.
Ad agosto mi ha raggiunto la notizia di aver vinto il primo premio.
Il 28, giorno della premiazione, sono partita da Villetta Barrea, in Abruzzo (dov’ero in villeggiatura) e sono fortunosamente approdata a Baiano dopo quattro ore di viaggio tra pullman e circumvesuviana.
A Baiano mi attendeva uno dei dirigenti del circolo, che mi ha anche ospitato la notte. E via al Premio, nella corte di un palazzo nobiliare: musiche letture, discorsi…
Era stata diffusa la notizia del mio arrivo ed ecco presentarsi una dozzina di ex alunni ed alunne, ormai ultrasessantenni, con i quali ho concluso la serata e che ho rivisto la mattina dopo: un incontro inaspettato e toccante.
Ed è stato gratificante essere riconosciuta subito…
Abbiamo rievocato insieme tanti episodi del passato, della Quadrelle di un tempo, povera e contadina, ora diventata una cittadina in espansione edilizia, economica e culturale.
Mi hanno dato notizia dei compagni assenti, alcuni defunti, altri emigrati, altri invalidi e/o malati, che mi mandavano i loro saluti…
Mi hanno testimoniato di aver conservato di me un ricordo così affettuoso, una traccia così viva nella loro memoria, che ne sono rimasta profondamente commossa.
Uno, un omaccione alto quasi due metri, mi ha detto che mi ricordava più alta: si capisce, allora era un bambino!
Molte delle donne erano ingrassate e invecchiate alla maniera paesana, qualcuna sembrava addirittura più anziana di me!
Ho ritrovato Teresa che, alunna di prima elementare, appena arrivavo veniva a sedersi in braccio e mi carezzava le calze di seta (sua madre le aveva di ruvida lana) e quelle che avevo portato per qualche giorno a casa mia, al Vomero, e chi ricordava le banane e i datteri che avevo distribuito in classe (allora sconosciuti in paese), chi i soprannomi che affibbiavo loro, chi i quaderni che gli avevo regalato per incollarvi le cartoline dei paesaggi, chi la gara a chi doveva darmi la mano quando mi accompagnavano al pullman…
Ho promesso di tornare.
E quando mi sono ritrovata nel treno per Napoli con tre grandi fasci di rose, finalmente ho pianto tra le occhiate stupite dei viaggiatori (per fortuna rari): avranno pensato che chissà a quale funerale ero diretta…

RITORNO A QUADRELLE

e qualcuno stupiva
non fosse così alta la maestra
come la restituiva
la memoria di quel tempo
arcano (meraviglia e tremori:
fanciullezza)

irruppe una piena di ricordi
dalla lavagna cancellò il presente
con il vecchio cassino
sempre grondante polvere di gesso

e lei rivisse quel perduto
mondo di giovinezza
attenta a quelle menti in fiore
sorprendente dono custodito
nel sacrario del cuore.

domenica 5 settembre 2010

TUTTI A BERLINO...Dove andare a mangiare, questo è il problema.....



Problema: come mettere d'accordo uno svizzero di orgine calabrese, un tunisino che lavora ad hong kong, un cinese col fuso da smaltire, un romano cosmopolitano per definizione, un valdostano che si sente francese e un paio di italiani di origine non ben definibili sul ristorante dove andare a mangiare ?
Pensate sia semplice ?
Abbiamo iniziato a discutere alle 18, siamo arrivata ad una quadra dopo un'ora e solo perchè la fame ha prevalso...
Visto che ognuno voleva proporre agli altri la propria cucina, si è deciso di non poter proporre ristoranti della propria nazione (ahimè, io ovviamente volevo andare a mangiare la pasta...) e di votare in una rosa ristretta di 5 ristoranti etnici: alla fine ai voti ha vinto la cucina turca, che in Germania è molto popolare.
E' così fu, siamo andati al ristorante turco, anche se per strada abbiamo perso due componenti (un tedesco ed un cinese), affascinati da un ristorante russo incontrato sulla strada (peraltro nella parte ovest di Berlino, a Est ormai sono tutti occidentali, o quasi).

Che dire, la cena è stata di mio gradimento (ma non ho provato il montone con il pane azimut e lo yogurt sopra, non ne ho avuto il coraggio), e anche i vini turchi sono buoni.

Nota a parte il caffè turco (che abbiamo provato tutti): servito bollente, occorre far decantare il caffè in fondo alla tazzina.
Una volta bevuto, si deve girare al contrario la tazza: se i resti del caffè non si rovesciano, la giornata si prospetta positiva, altrimenti meglio stare a casa...
A tutti è piaicuto il caffè e molti hanno provato a cercare la loro sorte attraverso i fondi del caffè.
Tutti tranne il sottoscritto: non sono riuscito infatti a finirlo (il caffè), e se giravo la tazzina, sicuramente avrei passato un brutto quarto d'ora con i proprietari del ristorante (rigorosamente turchi....) :-)

giovedì 2 settembre 2010

TUTTI A BERLINO...


Io sto qui, ai piedi delle porte di Brandeburgo, monumento allineato nell'asse che attraversa Berlino da Est a Ovest, e che ha simbolizzato e simbolizza sequenzialmente la potenza dell'impero prussiano, la divisione dell'Europa (il muro di Berlino passava a suoi piedi) e ora la riunificazione....
Non conosco Berlino, è la prima volta che ci vengo e per arrivarci ho dovuto prendere un aereo a elica per Monaco (eh sì, ne esistono ancora...) e poi un lufthansa monaco - berlino (che manco una pizzetta ci hanno dato, si vede che le compagnie aeree stanno in crisi...).
Vabbè mi son rifatto con l'albergo, storico, immenso, bellissimo, esagerato.
Qui la sua una breve sintesi della sua storia (tratto da http://viaggi.ciao.it):

"Ricordate la scena del film CABARET in cui Liza Minelli, che fa la parte di Sally Bowles, si mette in ghingheri con frac e guanti bianchi per andare all'appuntamento con il ricco genitore? L'incontro deve aver luogo a Berlino, e Sally annuncia piena d'entusiasmo: "Beh, io vado all'Adlon!".
Già, l'Adlon… Per molti anni è stato uno degli alberghi più famosi e citati del mondo. Il suo registro degli ospiti sembra il repertorio di tutte le più grandi personalità degli inizi del XX secolo: Enrico Caruso, Charlie Chaplin, Marlene Dietrich, Thomas Mann, Albert Einstein, John D. Rockefeller, Gustav Stresemann. Per citarne solo alcuni.
Durante la seconda guerra mondiale l'Adlon uscì miracolosamente senza un graffio da sotto le bombe d'aereo e di cannone che ridussero Berlino una prateria di macerie. Ma una notte di maggio del 1945, quando ormai le ostilità erano cessate, alcuni soldati sovietici si introdussero nella sua leggendaria cantina per qualche assaggio, e uno di loro probabilmente gettò una sigaretta accesa su una delle numerose casse piene di bottiglie di vino imballate nella paglia. L'incendio distrusse quasi completamente l'albergo.
Il primo giugno 1997, però, l'Hotel Adlon ha riaperto i battenti nello stesso posto di prima: all'angolo di Unter den Linden con la Pariser Platz, a soli cinque minuti di strada a piedi dal Reichstag, l'ex parlamento tedesco. Nonostante siamo passati tanti anni, il nome ha ancora la capacità di accendere una luce d'entusiasmo negli occhi della gente. Esternamente, il nuovo edificio è la copia esatta del vecchio, mentre all'interno è splendente di marmi e caldo di pannelli di legno intarsiato.
L'aveva voluto così il nuovo albergo Lorenz Adlon quando si era lanciato nella rischiosa impresa. Nato nel 1849 a Magonza, Adlon cominciò come apprendista falegname, ma ben presto passò alla ristorazione vendendo all'inizio panini sotto una tenda alle manifestazioni sportive e alle feste popolari. In seguito aprì una locanda. Alla fine degli anni Ottanta del 1800 si trasferì a Berlino, dove diventò comproprietario di un albergo e titolare di un ristorante molto raffinato.
Ma Adlon accarezzava un sogno: Berlino stava diventando una delle capitali del mondo in quegli anni, e aveva bisogno di un albergo della classe del Crillon di Parigi, del Savoy di Londra e del Sacher di Vienna. Dello stesso parere era un suo potentissimo amico, il principe Guglielmo, che nel 1888, a 29 anni, diventò imperatore
Adlon impiegò quasi 20 anni per realizzare quel sogno. Il principale problema furono i soldi. Il progetto costava 20 milioni di marchi oro, una somma astronomica per quei tempi. Benché già milionario, Adlon disponeva solo di un decimo della somma. Il resto lo fece trovare l'imperatore, che convinse i banchieri a fargli credito.
A quel punto Adlon fece le cose senza risparmio: marmo di Carrara per le scale, tappeti persiani acquistati quasi all'ingrosso a Istanbul, legni pregiati dall'Australia. Tutti gli impiegati dell'albergo portavano abiti fatti su misura; le fodere dei cuscini, le tende e le tovaglie del ristorante erano cucite a mano e fatte con stoffe di primissima qualità. Gran parte delle oltre 300 stanze era isolata acusticamente con doppie porte e interruttori che sostituivano i campanelli per chiamare il personale di servizio. C'erano anche il telefono e l'acqua calda corrente.
All'inaugurazione, il 23 ottobre 1907, Adlon diede il benvenuto ai suoi primi ospiti: Guglielmo II e l'imperatrice, insieme con i loro figli e il seguito. L'imperatore fece il giro dell'albergo e in ogni stanza aprì i rubinetti per vedere se davvero ne uscisse acqua calda. Dopo di che punzecchiò per un po' il conte von Zedlidtz und Trutzschler, che era il suo ciambellano, accusandolo di taccagneria perché non voleva attrezzare allo stesso modo il palazzo imperiale. Da quel giorno, ogni volta in visita a Berlino, l'imperatore consigliava all'ospite di prendere alloggio nelle suite dell'Adlon. "Ti ci troverai meglio", diceva, "Il mio palazzo è freddo e pieno di spifferi, e nei bagni non c'è l'acqua calda."
La storia dell'albergo è costellata di aneddoti che riguardano i suoi eccentrici ospiti abituali. Il maragià di Patiala, per esempio, voleva riservato tutto il primo piano per accomodare le sue mogli e i cortigiani, e quando andava via lasciava al personale 40mila marchi di mancia! Carolina Oterò, la Belle Oterò, una ballerina famosa per le sue danze scandalosamente sensuali nel 1914 lavorò al Teatro Wintergarten e alloggiò all'Adlon, dove arrivò con un pappagallo, due cagnolini, una gallina faraona, un gatto siamese, 38 valigie e una cameriera.
Per la sicurezza degli ospiti l'albergo teneva anche dei poliziotti privati che in genere facevano bene il loro lavoro. Si racconta però che nel maggio 1913 la polizia segreta russa e quella tedesca avessero saputo che gli anarchici progettavano di uccidere lo zar Nicola II con una bomba a orologeria piazzata nell'albergo. Per giorni e giorni gli agenti passarono al setaccio l'Adlon e interogavano i dipendenti senza trovare nulla.
Poi, quando ormai mancavano poche ore all'arrivo dello zar, il vicedirettore dell'albergo chiamò Lorenz Adlon nel suo ufficio e con mani tremanti gli consegnò un pacchetto dicendo: "Ecco la bomba". Pare che l'uomo, ricattato da terroristi russi a causa dei suoi debiti di gioco, avesse portato la bomba in albergo dove l'aveva tenuta nascosta per una settimana in cassaforte.
Nel 1921, alla morte di Lorenz Adlon, l'albergo passò a suo figlio Louis che, assieme alla moglie Hedda, seppe renderlo ancora più famoso approfittando del momento che vedeva la Berlino degli anni Venti diventare il crocevia cultural-cosmopolita d'Europa. Famosi autori, registi e musicisti si fermavano ora all'Adlon. Nelle sue memorie Hedda Adlon scrisse che un giorno l'attore Emil Jannings si presentò al bar dell'albergo e raccontò a Louis Adlon i problemi che lui e il regista Josef von Sternberg stavano avendo con il nuovo film L'ANGELO AZZURRO. Tutto era pronto per cominciare le riprese, ma non avevano ancora trovato una protagonista con il temperamento di un "terremoto erotico". Louis Adlon ci pensò su un attimo e poi disse: "Conosco la persona giusta". Procurò a Jannings un biglietto per la varietà dove recitava Marlene Dietrich e, appena la vide, Sternberg la scritturò all'istante. Era nata una stella!
Con i nazisti al potere Berlino subì un cambiamento radicale. Cambiò anche il pubblico dell'Adlon, via via che la luce della cultura si andava spegnendo nella città. Nel bar e nel ristorante dell'albergo si incontravano diplomatici e giornalisti stranieri. Alcuni di loro, come il giornalista radiofonico americano Shirer, poi autore del libro "Ascesa e caduta del Terzo Reich", trasferirono l'ufficio all'Adlon dopo l'invasione tedesca della Polonia, nel settembre del 1939.
Shirer, che rimase a Berlino fino al dicembre 1940, constatò che nemmeno l'Adlon potè sottrarsi al razionamento dei generi alimentari decretato dalle autorità. Al ristorante il cliente porgeva la tessera annonaria al cameriere che, con le forbicine appese al gilet mediante una catenina, ne ritagliava discretamente un tagliando prima di servire il pasto.
Fino alle ultime settimane di guerra, quando l'albergo fungeva anche da ospedale, il personale riuscì a mantenere la tradizione di servizio impeccabile che accompagnava l'Adlon: pasti caldi, lenzuola cambiate tutti i giorni, acqua calda in camera, e luce elettrica garantita dai gruppi elettrogeni di cui si era dotato l'albergo.
Un decennio più tardi Hedda Adlon scrisse nelle sue memorie che molti investitori le avevano offerto di ricostruire l'albergo nell'ex Berlino Ovest o altrove nella Germania Occidentale, ma che lei aveva sempre rifiutato. Aveva detto: "Mi piacerebbe ricostruirlo ma solo quando Berlino non sarà più divisa, e solo dov'era prima.".
È andata proprio così. Il nuovo Adlon, costato 435 milioni di marchi (1997), è ancora più sontuoso del vecchio. La hall è una bomboniera di lusso fatta di pietra arenaria color crema del Giura, rivestimenti in legno di ciliegio, soffitto a volta con cassettoni di stucco e intarsi d'oro. Il tutto sotto una gigantesca cupola di vetro decorata con un fregio in vetro colorato. E alle finestre, tende di damasco dorato. Ci sono di nuovo due giardini invernali con pavimenti di mattonelle di ardesia nera e marmo bianco, in stile mediterraneo, cupole di vetro come lucernari, e gruppi di palme.
Le pareti della grande sala da ballo, in cui possono cenare e danzare circa 400 persone, sono rivestite di legno di ciliegio e lastre di marmo verde di Carrara. Il soffitto della biblioteca è ornato da un affresco barocco, e copie di affreschi pompeiani completi di piccole crepe dipinte per simulare antichità sfoggiano le pareti del ristorante, tempio di prelibatezze. E l'"Adlon bar" è praticamente la copia esatta del suo predecessore: sgabello, sedie e divani rivestiti di cuoio rosso bordeaux, e pareti con pannelli di quercia e tappezzeria di seta e velluto a strisce gialle.
L'albergo ha 326 camere, tra cui due suites presidenziali e 35 suites più piccole, oltre a 40 appartamenti per i clienti di lungo corso.
Il vecchio Adlon era un albergo unico non solo per lo stile, ma anche per l'aggiornamento tecnologico e hanno mantenuto anche questa tradizione. Le camere sono infatti attrezzate con le ultimissime novità in fatto di alta tecnologia. Al centro della hall c'è un'artistica fontana in bronzo. Fino al 1945 si trovava nel Giardino di Goethe dell'albergo. Nel 1994, durante gli scavi, alcuni operai trovarono tra le macerie pezzi di questa fontana che, restaurata, è tornata a far parte dell'albergo. Dove simboleggiava la rinascita della leggenda dell'Adlon!!"

Diario di D.

mercoledì 1 settembre 2010

Borgio Verezzi 2010



...e come un bimbo appena nato, cerco il mondo :-)

domenica 29 agosto 2010

ANGELO




So che ci sei. Devi esserci:
troppo sguarnito è il nostro
mondo, deprivato
d'immaginario
cancellati indugi e visioni:
dove sei surreale fratello
di piume d'ovatta
di nebbie silenzi e diafane
vesti soavi -
mente fruscianti,
vieni stasera, voglio
tentare la tua
terapia celestiale:
vieni amico
luminoso - numinoso,
non chiederò i misteri
del tuo passo d'argento:
versami un calice
di nulla,
ho sete, stasera...

R.L.

mercoledì 18 agosto 2010

QUEL GIORNO...




sentii il vento respirarmi dentro...stasera sono qui a Torino.
Un caro saluto a tutti voi e grazie :-)

sabato 7 agosto 2010

un saluto salato:-))

Cari amici vicini e lontani, mi mancate siiii. Un bacio a tutti voi in attesa di una connessione più veloce..
Qui c'è un leggero venticello ligure che vi mando con un pensiero affettuoso..NNicola,Rirì,Poker e family.

lunedì 26 luglio 2010

NEL CIMITERO SULLE RIVE DELLO SPREA




Non hanno che voci
di foglie e di vento
i morti
e se si affacciano al fiume
di notte
vanno con lievi passi come
di danza
non lasciano tracce.
I vivi solleciti curano
i fiori
ma i morti solo hanno sete:
bevono lacrime
e rugiada dall’erba
prima che il sole l’evàpori.
Alti alberi intorno controllano
il cielo,
solo il salice è curvo:
carezza con teneri rami
le carni di marmo di un bimbo
che legge a una tomba
un racconto d’eternità.
R.L.

repost

sabato 24 luglio 2010

UN PLAID

E’ strano come, in certi momenti particolari della vita, un oggetto possa coagulare desideri e speranze, aspirazioni, sogni e perfino decisioni.
Passavo per piazza Dante. Avevo un passo svogliato, indeciso, incerto, così come mi sentivo io dentro, svogliata, indecisa, incerta.
Avevo trenta anni, un lavoro sicuro (ero maestra elementare di ruolo) e due pretendenti alla mia mano!
Ma anche un passato di tristezza e sgomento, vissuto tra genitori sempre in disaccordo, esacerbato dalla malattia mentale della prima figlia.
Mi sentivo perciò, nonostante tutto, infelice, senza voglia di scegliere, di progettare.
Mi fermai all’angolo della piazza, davanti alle vetrine di un famoso e antico negozio di biancheria, ora scomparso.
Su un ripiano, drappeggiato morbidamente, c’era un plaid di lana, a riquadri grigi, rosa e neri.
A casa mia, dove la trascuratezza e il disordine sottolineavano e aumentavano i disagi, non avevo visto mai nulla di simile.
Un plaid caldo ed elegante.
Da metterlo addosso, per stare al caldo, sdraiata su un divano.
Da distendere sul letto, per farci l’amore sotto, in allegra complicità.
Da avvolgerci un bambino.
Un plaid.
Entrai nel negozio, lo comprai: mi sarei sposata.

sabato 17 luglio 2010

giovedì 15 luglio 2010

A PEPPE LANZETTA

Senti che sono qui le tue
inestirpabili radici:
le senti senza incertezze
e fastidi residui
nella Saletta Rossa di Guida
mentre questo ragazzo di periferia
riaccende caparbio amore
per la città dannata,
ti riconosci nella storia, nello sguardo
nella lingua: ti immergi nell'onda lunga
di dialetto succoso corposo balenante
rabbia e utopia:
strappa viscerali consensi
al civile razionale dissenso..

sabato 10 luglio 2010

IL FASCINO DEGLI..IPPOPOTAMI :-)

Hai visto quel tipo? Quanto è grasso!!! Ecco le parole che fanno male, perchè non ci si aspetti che queste persone, oltre ad essere un pò sopra il peso:-) siano anche sorde!!Però si sa, l'uomo è fatto così, allora se si incontra un "vecchio amico" che non si vedeva da secoli, la prima cosa che non bisognerebbe dirgli è: maròòòòòò come sei ingrassato!!Le persone "grasse" sono sensibili, più di quello che si immagina...cerco di fare attenzione a come parlo, anche perchè mi viene in mente un episodio della mia "tenera infanzia"..c'era un povero ragazzo veramente ciccione, e noi, crudeli, come lo sanno essere solo i bambini lo chiamavamo "panz e' vierm" (pancia di vermi), perchè nel nostro immaginario nel suo pancione esagerato c'erano solo questi esseri immondi....Lui sorrideva, era un pò più grande di noi, ma ci accompagnava ed un pò ci guardava quando scorazzavamo in giro sugli alberi arrampicandoci come scimmie, era sempre pronto a darci una mano a scendere:-) Un giorno restammo soli, gli altri erano andati via (un pò più piccini) e noi ci scambiammo quattro chiacchiere, ricordo ancora, come fosse ora, le parole che mi disse: -"i bambini ti ascoltano, solo tu puoi farli smettere con questo assurdo soprannome che mi fa star male"-, come dirgli che ero stata proprio io quella che glielo aveva affibiato? Mi sentii un pò male, ma reagii subito e cominciai a chiamarlo per nome: Gustavo...Certo che anche il nome lasciava un pò a desiderare, ma era meglio di niente:-) Così, anche adesso, quando vedo un "ciccione" mi viene in mente il tenero Gustavo e mi guardo bene dal fissargli il pancione..anzi lo guardo negli occhi ed ottengo un sorriso:-)

domenica 4 luglio 2010

La mia estate :-)




giovedì 1 luglio 2010

pirichiz ciomber

Da piccola facevo giochi solitari, per esempio con i bottoni di mia madre, chiusi in una scatola di biscotti, col coperchio un po’ arrugginito…
Diventavano monete per un mercato, in cui ero insieme venditore e compratore, oppure tessere di mosaico o coralli per lunghe collane variopinte…
Un giorno mi invitarono a giocare con loro due sorelline che abitavano nello stesso caseggiato, due piani più in alto, e con loro c’era pure un’amichetta, di qualche anno più grande di noi.
Mi assegnarono un nuovo nome, Paola: spesso giocavamo alla scuola, con piccoli quaderni ricavati da quelli grandi, matite, penne e tutto, facevamo il dettato e risolvevamo problemi, la più grande fungeva da maestra, severissima: era probabilmente per lei un gioco di proiezione, liberatorio, comunque ci divertivamo lo stesso, né c’erano altri giocattoli, che io ricordi. Forse una palla? Ma in casa era proibito usarla e in cortile non si scendeva mai.
Un pomeriggio che le raggiunsi più presto del solito, le trovai a parlottare in uno strano linguaggio, mi spiegarono che l’avevano inventato loro, ma non me ne vollero mettere a parte e subito cambiarono registro: io ci rimasi malissimo, mi sentii esclusa, respinta, frustrata, ma non osai protestare, timida com’ero.
Da allora le frequentai sempre meno, poi la guerra e gli sfollamenti ci divisero definitivamente.
Mi sono rimaste però nella memoria due parole che ero riuscita a sentire distintamente mentre mi avvicinavo a loro, pirichiz ciomber, e di cui mi rimase oscuro il significato.
E ogni volta - ahimé quante - che non afferro fino in fondo il senso di un discorso, ogni volta che mi sento esclusa, che mi scontro col senso misterioso della vita, mi tornano in mente quelle due incomprensibili parole: pirichiz ciomber…

domenica 27 giugno 2010

Chi mi sa dire



il nome di questo fiore ?