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Il gadget che stava qui è sospeso per 24/48/60 ore.
Stiamo valutando una soluzione alternativa.
Ghe pensi mi, così si espresso il Presidente dell'Isola che ha già riunito un'apposita task force che si concentrerà per trovare la soluzione migliore nel minor tempo possibile.
Nel frattempo nell'Isola c'è agitazione.
Pare esistano forme di vita intelligenti.
Il Presidente è sconvolto dalla raggelante novità.


venerdì 3 maggio 2013

IL FIGLIO DI IRENE



Le costole le facevano ancora male.
Ma poteva starsene finalmente da sola, in una stanzetta della clinica, le infermiere erano professionali, il cibo passabile, poteva finalmente leggere un libro - da quando non leggeva? - e scuotersi dalla solita apatia.
Un piano preciso stava prendendo forma nella sua mente.
Lui veniva il sabato: la prima volta le aveva portato un fascio di fiori, che lei aveva fatto portare subito fuori, l’avevano messo davanti alla statua della Madonna, le avevano detto, ma se lo avessero buttato, per lei avrebbe fatto lo stesso.
Ogni volta lui le chiedeva: Va meglio?Vedrai, un mese passa presto. Quando sarai tornata, ricominceremo tutto daccapo. Sono cambiato, sai?
Lei rispondeva con un pallido sorriso o con un vago cenno di assenso.
La domenica il marito si sarebbe incontrato con i soliti amici, due ingegneri come lui, con le rispettive mogli: erano borghesi conformisti e superficiali, solo una delle donne, Vera, sempre piuttosto taciturna, ma con lo sguardo penetrante, le era sembrata più intelligente e disponibile.
Le mandavano i saluti, erano anche andati a farle visita, una volta, ma lei aveva finto di essere molto stanca, per congedarli al più presto.
Si sentiva così lontana, staccata da tutto, li aveva guardati come fossero estranei, anche lui, un estraneo, oramai.
Non avrebbe saputo dire come era cominciato, come era caduta in quella trappola, come si era trovata stretta in quella morsa, com’era scivolata in quel pozzo senza fondo…
Da che era in clinica, le capitava di pensare spesso a sua madre, risentiva l’acuto dolore della sua perdita.
Sua madre, così attiva, allegra, affettuosa e sfortunata…
Si era sposata molto giovane, ma dopo appena due anni di matrimonio il marito, ufficiale dell’aviazione, era morto in un’azione di guerra in Afganistan, lasciandola sola con un bambino di appena un anno.
Dopo otto anni si era risposata col suo capufficio, un brav’uomo, ma Giorgio, il figlio, non lo aveva mai veramente accettato quell’estraneo venuto tutt’a un tratto a dormire con la sua mamma, e aveva ostinatamente continuato a chiamarlo signor Michele.
La sorellina però l’aveva accolta di buon grado, aveva suggerito lui il nome, Irene e ci aveva pazientemente giocato: le faceva cento scherzi, la faceva ridere, anche quando era diventata adolescente.
Dopo la laurea in legge però era subito andato via da casa, a lavorare nello studio di un suo amico avvocato, a Firenze, lasciandole un gran vuoto intorno e nell’anima.
La madre poco dopo si era ammalata di cancro alle ossa, in casa era entrata un’infermiera rumena, Rodica, giovane e belloccia, che pian piano aveva assunto il ruolo di governante e quando la madre era morta, dopo una lunga straziante agonia, si era fatta sposare dal padrone di casa, ma chi sa da quando erano già amanti, prima ancora che la povera malata finisse di soffrire…
Non gliene aveva fatto un torto, a suo padre, ma aveva desiderato ardentemente andarsene anche lei da casa.
A un ricevimento dato dal solito riccone della classe, che aveva riunito a casa sua gli ex compagni di liceo, aveva conosciuto Paolo, di dieci anni più grande di lei, che le aveva subito fatto una corte insistente. Era affettuoso, pieno di premure. Lei si era lasciata conquistare, aveva interrotto gli studi di Giurisprudenza (intrapresi con l’intenzione di andare a lavorare presso Giorgio) e aveva accettato di sposarsi dopo nemmeno un anno di fidanzamento.
Il padre non aveva osato contrastarla, ma si vedeva che non era contento e che si sentiva un po’ colpevole. Rodica, la badante (così Irene continuava a chiamarla  in cuor suo) aveva subito approvato.
Giorgio era venuto al matrimonio e non aveva nascosto la sua perplessità per quella decisione che gli sembrava avventata.
All’inizio era sembrato tutto normale: Irene aveva seguito il marito da Napoli a Roma, abitavano in un bell’appartamento, vicino ai giardini dell’Eur, e lei si era dedicata con entusiasmo alla vita domestica, le piaceva cucinare, ci metteva impegno e fantasia.
Lui a letto era un amante appassionato.
Poi: - quando, perché? - erano arrivati gli schiaffi.
Le prime volte lui si era detto pentito, le portava i fiori, giurava che non sarebbe mai più accaduto, che si sarebbe sottoposto alla terapia di coppia..
Lei ogni volta gli aveva creduto, anche perché alle violenze seguivano periodi di rinnovato amore romantico, di rinnovata passione da parte del marito e così si era convinta di poterlo cambiare, con l’affetto e la pazienza.
Invece lui col tempo si era incattivito, dagli schiaffi era passato alle percosse, agli spintoni, perfino ai calci: le tirava i capelli, le storceva le braccia, la prendeva per il collo…
A tutto ciò si aggiungevano le violenze psicologiche: le aveva fatto il vuoto intorno, controllava puntigliosamente l’accesso alle finanze familiari e soprattutto l’accusava di essere lei la causa scatenante delle sue reazioni…
Lei a poco a poco era caduta in uno stato di confusione e disorientamento, cercava solo di eliminare tutte le possibili fonti di litigio, ma gli episodi di violenza erano imprevedibili e alimentavano in lei la perdita dell’autostima, non sentendosi in grado di gestire la situazione.
Aveva imparato a nascondere, con vari strati di fondotinta sovrapposti, l’occhio nero, la palpebra tumefatta, o a disporre i capelli pettinandoli in avanti per coprire i lividi evidenti sul collo..
Erano passati così quattro anni: quattro anni!
Ora le sembrava tutto così assurdo, un vero incubo…
Aveva tentato una volta, per telefono, di accennarne timidamente alla suocera, ma quella l’aveva subito zittita: Figlia mia, gli uomini vanno presi per il loro verso, mettici la buona volontà e vedrai che tutto si sistema…
Una volta, nella toilette del bar in cui si riunivano la domenica, Vera l’aveva sorpresa mentre si toglieva un momento, davanti allo specchio, i grandi occhiali da sole che portava per coprire un livido intorno all’occhio, l’aveva guardata col suo sguardo indagatore e le aveva detto: Se hai bisogno di aiuto, chiamami.
Con suo padre e con Giorgio ormai si telefonava solo in occasione delle ricorrenze: Pasqua, le feste natalizie, i compleanni, poche frasi convenzionali: sto bene, auguri, il tempo…
Non li aveva più visti dal giorno del matrimonio.
Aveva portato in assoluta solitudine quel pesante fardello segreto…
Il marito, quand’era in compagnia degli amici, era allegro, tutto battute e spiritosaggini…

Due mesi prima le erano mancate le mestruazioni. Aveva comprato il test di gravidanza in farmacia, lo aveva fatto tremando, senza sapere quale responso desiderare…
Il test era risultato positivo.
Cominciavano a darle fastidio alcuni odori, si sentiva stanca, un giorno che aveva cucinato svogliatamente, Paolo si era irritato, arrivati al solito caffè, lui si era messo a fumare, l’odore le aveva provocato il vomito ed era corsa in bagno.
Lui l’aveva seguita, vedendola curva sul lavandino a vomitare, le aveva dato uno spintone, gridando: Che cazzo fai?
Lei aveva perso l’equilibrio, era caduta sul bordo della vasca da bagno, sentendo un dolore insopportabile.
Perfino lui si era spaventato ai suoi lamenti e l’aveva accompagnata al Pronto Soccorso (non senza raccomandarle di dire che era inciampata), dove le avevano fatto la radiografia: due costole rotte.
Prognosi, trenta giorni. Li stava trascorrendo in quella clinica, tra una settimana sarebbe uscita.
Si sentiva come una che si è finalmente svegliata da un incubo.
Non aveva che un pensiero fisso: fuggire, salvare se stessa e il bambino.
Il bambino! Un’onda di tenerezza e di smarrimento la sommergeva quando ci pensava e cominciava a piangere, di dolcezza e di paura, di preoccupazione e di attesa.
In clinica aveva fatto la prima ecografia: eccolo lì il suo bambino, un piccolo essere in formazione, ma vivo e vitale, che chiedeva di crescere, chiedeva amore e sicurezza, serenità e attenzione.
La busta con la lastra la teneva sotto il cuscino, era la sua ricchezza, l’autorizzazione ad uscire dal carcere in cui era stata rinchiusa, il suo passaporto per il futuro.
Telefonò a Vera, le raccontò tutto, organizzarono la fuga approfittando del fatto che Paolo era andato fuori per ragioni di lavoro e sarebbe tornato il sabato successivo a prenderla.
Vera ammise che aveva capito da tempo, osservandola, che Paolo la picchiava e che aveva avuto un’accesa discussione con suo marito, il quale si era rifiutato di parlarne con l’amico e l’aveva accusata di avere le traveggole, comunque non spettava a lui intervenire, mettere il dito tra moglie e marito.
Il venerdì mattina Irene lasciò la clinica, accompagnata da Vera, che l’aiutò a fare le valigie e poi a salire nel treno diretto a Napoli.
Non aggiunsero parole a quello che si erano già detto per telefono, al momento del congedo, Vera l’abbracciò augurandole Buona fortuna. Erano entrambe commosse.
Durante quell’ora di viaggio Irene scoprì che si sentiva forte come non mai e che la fonte di quella forza era dentro di lei, saliva dalle viscere e si riversava nel sangue, dandole una sensazione di sicurezza che da anni non ricordava più di aver provato. Un figlio! Ora il suo vuoto interiore si era finalmente colmato di fiducia e di attesa: Un figlio, per dare voce d’amore all’anima inerte…
Lasciò le valigie in stazione e arrivò in taxi a casa del padre.
Le aprì la porta Rodica, stranamente composta, dimagrita, senza il solito trucco, gli enormi orecchini a pendaglio, gli abiti vistosi,  che la guidò in salotto e le comunicò che suo padre si era ammalato di Alzheimer già da tempo, ma che era improvvisamente peggiorato e che non l’avrebbe probabilmente riconosciuta.
E’ tornata a fare la badante fu il primo pensiero di Irene.
Come mai non me l’avevi fatto sapere?
Non volevo allarmarti, con le cure sembrava sotto controllo, poi improvvisamente la situazione è precipitata…Ho avvisato prima Giorgio, che è arrivato ieri..
Giorgio! Da quanto non l’aveva più sentito?
Ed eccolo sulla soglia, un uomo ormai, un bell’uomo che le va incontro, l’abbraccia, la stringe…
Il groppo di dolore che Irene da troppo tempo aveva in gola finalmente si sciolse in tutte le lacrime ingoiate per anni.
Raccontò, raccontò le umiliazioni, la solitudine, i maltrattamenti, la clinica, la gravidanza, la fuga…
Giorgio e Rodica l’ascoltarono con pena.
Alla fine il fratello decise: Ora andiamo a salutare il sign ( stava per dire il signor Michele) tuo padre e dopo che ti sarai riposata e rifocillata  (in realtà a Irene era venuta una gran fame) ce ne partiamo per Firenze, te ne vieni a stare da me.
Ma…Virginia che dirà?
Virginia, rise Giorgio, è la psicologa più disordinata del mondo, non potrei mai convivere con lei. Anche se ci amiamo, viviamo in due appartamenti diversi. Non ti preoccupare, a casa mia c’è posto per te e per il bambino..Se mai, Virginia ti potrà aiutare a liberarti dai fantasmi del passato, a guarire…E se te la sentirai, potrai aiutarmi nello studio…
Questa volta Irene pianse lacrime di riconoscenza: d’improvviso il suo cielo si rischiarava, sentì che poteva farcela.
E adesso smettila di versar lacrime, mi hai inumidito la camicia, scherzò Giorgio prendendola a braccetto.

Il suono del campanello fu così forte che Nicola trasalì: Chi diavolo..
Vera scomparve in cucina, mentre il marito apriva la porta e si trovava davanti un Paolo sconvolto, a dir poco furioso, che lo investì subito:
Capisci che cosa mi è successo?Ritorno ieri sera da Milano, stanchissimo, stamattina mi precipito in clinica come d’accordo e…non la trovo! La caposala con un sorrisetto ironico mi presenta il conto e mi dice che Irene è stata dimessa, per sua richiesta, ieri mattina! Capisci che figura? Corro a casa e verifico che il suo armadio è semivuoto…mancano le valigie..Chi l’ha aiutata, mi chiedo, non può aver fatto tutto da sola, ma se qui non frequentava nessuno…Agli sms che le ho subito mandato ha risposto una sola volta: E’ finita, non tornerò mai più con te… Poi ha spento il cellulare..Ho telefonato a Napoli, quella puttana della matrigna mi ha risposto che è stata effettivamente a trovare il padre, il quale ha l’Alzheimer e non l’ha nemmeno riconosciuta, e che è ripartita stamattina, ma lei non sapeva per dove…Adesso vado a Napoli e la metto sotto torchio…
Che le è preso? E dove cazzo può essere andata?Dal fratellastro? Ma se da anni avevano perso i contatti…
Nicola, sconcertato,  a questo punto tentò di interrompere quella fiumana di parole:
Aspetta, siediti, ragioniamo…
Vera apparve sotto l’arco della porta:
L’ho aiutata io.
Come? I due uomini fecero entrambi un passo verso di lei, Paolo aggressivo, Nicola preoccupato.
Avevo capito da molto tempo che la picchiavi, sai?Dai vestiti accollati anche d’estate, la pettinatura, gli occhialoni da sole, gli strati di fard per coprire i lividi..
Una volta perfino zoppicava…
Mentre Vera parlava, Paolo si era lasciato cadere su una sedia, terreo in viso.
Lo dissi a Nicola, ma lui non volle intervenire…
Mi ha chiamato l’altro ieri, mi ha raccontato tutto, l’ultimo episodio delle costole rotte…
Ma se le ho chiesto scusa…Paolo quasi gridava: Ma se eravamo d’accordo che tutto sarebbe ricominciato tra noi, che ero cambiato, che avremmo fatto la terapia di coppia…
Non ti crede più,  quante volte le avevi detto le stesse cose?
Ma adesso è proprio vero, sono  veramente cambiato…
Ma lo sai perché vomitava? Non te lo sei mai chiesto?
Sì è vero, quella maledetta sera vomitò…
Perché era incinta, incalzò Vera, e perciò non tornerà mai più con te, che magari le avresti chiesto di abortire o l’avresti maltrattata pure in quello stato e lei vuole tenere il bambino, salvarlo …
L’uomo da terreo era diventato paonazzo
Incinta, ripeteva, com’è possibile? Debbo andare, ritrovarla, devo convincerla…
Aspetta, l’amico voleva trattenerlo, ma Paolo si svincolò e infilò l’uscio senza salutare né altro, come un pazzo…

La notizia del grave incidente d’auto sull’autostrada, dovuto all’alta velocità
del conducente, in cui Paolo era rimasto coinvolto morendo sul colpo, Vera la dette prima a Giorgio, che con ogni cautela la comunicò alla sorella.
Irene pianse, pianse di tristezza, di pietà, ma anche, fu costretta ad ammetterlo dentro di sé, di sollievo…



6 commenti:

Sileno ha detto...

Letto trattenedo il respiro, quanti drammi nascosti da un po' di trucco, però il mondo non cambia mai e i più deboli soccombono sempre.
Ciao e grazie

Ambra ha detto...

Un racconto profondamente triste nonostante il riscatto finale. Forse la pena più grande è per il marito aguzzino, lui come molti come lui, incapace di conoscere e provare amore e rispetto per l'altra, capace solo di affermare con le botte il possesso di un'altra persona per tentare di oscurare la sua nullità feroce. Quando finirà la violenza verso le donne e comunque verso i più deboli, che nasce dall'oscurità dei tempi e continua fino ad oggi?

Adriano Maini ha detto...

Un racconto intenso di grande forza narrativa, che suona come terribile monito contro le situazioni di violenza sulle donne, sin troppo diffuse in questa Italia che vuol dirsi moderna.

nella ha detto...

Una storia che , purtroppo, fa parte de teato della vita.
Piena di mille situazioni, di sfaccettature diverse, ma che spesso troviamo nel percorso del nostro cammino .
Per la serie , così è il destino, ed è bene ciò che finisce bene!..A volte....

Luigina ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Luigina ha detto...

Anch'io ho letto col fiato sospeso questo raccontodi R.L. ancora più intenso delle sue poesie, così triste ed attuale nello stesso tempo. Però sono contenta che stavolta la giustizia divina abbia colpito chi lo meritava.