Una finestra sul Mondo

Arte - L'immagine del giorno

Astronomia - Un'immagine al giorno



Il gadget che stava qui è sospeso per 24/48/60 ore.
Stiamo valutando una soluzione alternativa.
Ghe pensi mi, così si espresso il Presidente dell'Isola che ha già riunito un'apposita task force che si concentrerà per trovare la soluzione migliore nel minor tempo possibile.
Nel frattempo nell'Isola c'è agitazione.
Pare esistano forme di vita intelligenti.
Il Presidente è sconvolto dalla raggelante novità.


martedì 29 settembre 2009

VISTA DAL BASSO 7a parte

amante (e chi fosse un’amante non mi era poi tanto chiaro), che mettendo la mano sull’inginocchiatoio di velluto, lo accusa: - Per te mi trovo nell’inferno! – e sparisce lasciando un’impronta fumante…
Nel parlare, mia madre ricorreva a proverbi e a wellerismi, per dare più forza al discorso, col distillato della saggezza popolare:
L’erba voglio non ha germoglio; l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re, e se al suo richiamo rispondevo: - un momento! - s’impazientiva:
- Sì, quanno piglio Trieste e Trento !- (quando conquisto Trieste e Trento, modo di dire nato inequivocabilmente durante la I guerra mondiale).
I mobili della casa avevano nomi storpiati dal francese: ‘a lettagerre (l’ètagére), ‘o cummò (la commode), ‘a tuletta (la toilette), che consisteva in una mensola di marmo, sormontata da un grande specchio ovale.
Su quella mensola facevo i compiti di scuola, mentre nello specchio si riflettevano sontuosi tramonti cremisi. Una volta, mentre ero intenta a scrivere, sentii alle mie spalle i fili della luce che sbattevano violentemente contro la finestra e contemporaneamente un urlo collettivo che mi paralizzò: dal quarto piano (noi allora avevamo cambiato casa, ma restando sempre nello stesso rione Duca D’Aosta e abitavamo al primo piano) si era buttata giù una ragazza diciottenne, alla quale i genitori proibivano il fidanzamento col suo innamorato, era rimbalzata sui fili della luce ed era caduta a testa in giù sul sottostante marciapiede di terreno battuto, morendo sul colpo. Per alcuni giorni continuò a formarsi un capannello intorno al buco scavato dalla testa di quell’infelice ragazza: a lungo rimase in me il raccapriccio per quel ferale avvenimento e da allora non posso sopportare che
qualcuno si sporga da una finestra in mia presenza.
Mia madre aveva cinque sorelle, una, sedicenne, era morta con la famosa “febbre spagnola”, un’altra, la madre di Luisa, era morta dopo aver partorito il quinto figlio. Solo l’ultima, Assuntina, che era anche la mia cummara (madrina di battesimo e di cresima), aveva studiato, aveva fatto un buon matrimonio e abitava al Vomero. A casa sua sono andata in qualche occasione, con un tram sferragliante, che si arrampicava a fatica sulla collina (allora poco abitata, con grandi giardini e viali alberati) e ho visto per la prima volta le banane, nel piatto dei cugini ricchi.
Mia zia Puppenella (Giuseppina) abitava invece in un vecchio palazzo, dove al primo piano, sui tre lati del cortile interno, correva un ballatoio con tante porte, che davano ciascuna su un unico grande stanzone, dove si ammucchiava una famiglia, quasi sempre numerosa.
Una volta, in casa della vicina di mia zia, ho visto una specie di rito di purificazione: passavano la fiamma delle candele sotto le reti dei letti, per stanare e bruciare le cimici!
Un’altra volta, entrando nel cortile, assistei ad un funerale: il carro funebre era tirato da due cavalli scalpitanti, e mentre i parenti portavano a spalla ‘o tavuto (la bara) di un capofamiglia, le urla dei figli risuonavano strazianti e una donna, non so se fosse la moglie o la figlia maggiore, faceva ripetutamente mostra di volersi

domenica 27 settembre 2009

VISTA DAL BASSO 6a parte

A settembre si andava tutti in campagna per qualche giorno dal compare di mio padre, dove sull’aia si procedeva al rito della preparazione delle bottiglie e delle conserve di pomodoro per l’inverno: io ero addetta a girare la manovella di una macchinetta, che riduceva la polpa rossa in poltiglia, la conserva, appunto. Quanto mi divertivo! Intorno a me razzolavano galline, starnazzavano oche, cantavano le contadine, si lavorava in allegria.
Dopo i sette anni uscivo anche da sola, sia per andare a scuola (attraversavo un viottolo di campagna, dove a volte mi abbaiavano cani randagi, con mio terrore, perciò ancora adesso non ho simpatia per questi animali), sia per andare dal tabaccaio a comprare il sale grosso, che si vendeva in sacchetti di carta molto spessa, ma io, lungo il viottolo di ritorno, scavavo col dito un buchino di lato, ne cavavo un granello e lo succhiavo con grande voluttà…
Andavo a comprare la carbonella in un antro fuligginoso, dove il carbonaio
con una pala raccoglieva la carbonella da un enorme mucchio e la gettava sulla bilancia, sollevando nugoli di quella polvere nera che già lo ricopriva da capo a piedi e che mi faceva tossire…
Dal contadino donn’Eduardo, che aveva una stalla con le mucche, compravo il latte e ‘a rennetura (l’ultimo latte munto, il più denso), che bevevo golosamente, tiepida com’era, senza che fosse bollita, e così mi ammalai di paratifo e stetti a letto quasi un mese.
A Natale si faceva festa, con grandi tavolate alle quali partecipavano zii e cugini.
Tra questi spiccava Amedeo, figlio di zia Rosina e quindi cucino carnale (cugino che non ha lo stesso cognome) e non frate cucino (avente lo stesso cognome, perché figlio di fratelli), che era alto e grosso e mangiava la sua porzione di vermecielle (spaghetti) direttamente nella zuppiera, essendogli insufficiente la razione di un piatto.
Il rito preliminare era quello dei capitoni (anguille), che mio padre doveva tagliare in grossi pezzi sanguinolenti, impressionanti, che continuavano a contorcersi dopo essere stati separati dalla testa. Spesso le povere bestie gli sgusciavano tra le mani e bisognava rincorrerle fin sotto i letti…Mio padre però non era capace di tirare il collo a una gallina, e per questo si chiamava mio zio Vincenzino…
Mia madre cucinava il capitone in umido, in un ruoto (teglia), ricoperto di foglie di lauro: si diffondeva l’odore per tutta la casa ed è a quell’odore che è legata per me la memoria della festa, ora ridotta ad un fastidioso rito consumistico.
Con il lauro mia madre, che era stata povera, si preparava certe sue cene c’o pane cuotto (pane raffermo, bollito in acqua ed olio e profumato appunto con un rametto di alloro). Non aveva potuto studiare oltre la VI elementare di allora ed era stata mandata come apprendista presso una sarta, però aveva pensieri e sentimenti nobili. Donna religiosissima, non mancava mai alla prima messa del mattino e metteva in pratica i precetti evangelici con autentico spirito di carità: a volte, tornando da scuola, trovavo un mendicante seduto alla nostra tavola.
Ma era anche imbevuta di severo spirito controriformistico e non mi raccontava favole, bensì storie raccapriccianti, come quella del peccatore pentito e fattosi monaco che, mentre prega di notte, sente un rumore di catene e gli appare la sua

venerdì 25 settembre 2009

VISTA DAL BASSO 5a parte

A volte, dopo i giochi, ci faceva recitare il rosario, ma io, mentre sfilavano i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi e rispondevo meccanicamente alle Ave Maria, guardavo affascinata una goccia che le pendeva dal naso appuntito, che lei non asciugava e che oscillava senza mai cadere per tutto il tempo.
Gli altri miei giochi erano solitari, o con la bambola o con la scatola dei bottoni
(mia madre, che cuciva i nostri vestiti, ne aveva molti, di ogni colore e dimensione) o, avvolta in un vecchio scialle colorato, immaginavo d’essere una regina, oppure semplicemente osservavo i giochi degli altri bambini sotto la mia finestra: la campana, lo strummolo (una trottolina che si tirava con una cordicella) le corse sui monopattini di legno…
I grandi facevano discorsi che mi piaceva tanto ascoltare, soprattutto quelli di mia zia Rosina (sorella di mio padre) quando veniva in visita: parlava e gesticolava in modo molto colorito, a volte abbassava la voce e io con disappunto capivo che dovevo uscire dalla stanza, a volte tuttavia riuscivo a cogliere frammenti di frasi:
- chilli dduie accussì se ne so’ fuiute –(quei due alla fine se ne sono fuggiti) Dove erano fuggiti e perché? Continuavano sempre a fuggire? Forse in un bosco, luogo misterioso per eccellenza, come mi insegnavano le fiabe?
Zia Rosina abitava in un palazzo all’ultimo piano e aveva un grande terrazzo la loggia, dove stendeva le lenzuola da lei lavate in una tinozza, sfregandole su una tavoletta di legno scannellata. Mia madre invece le lenzuola le faceva lavare da una contadina, che le portava in una grande cesta in bilico sul capo, appoggiata su un panno attorcigliato e le lavava strofinandole su una pietra scabra. Ho saputo anni dopo, con mio grande rammarico, che era morta investita da un’automobile, lei che era abituata a percorrere kilometri a piedi, ma non a scansare le insidie della velocità sulle strade.
Siccome ero mingherlina, avevo diritto ogni tanto allo zampaglione (zabaione),
quanto mi piaceva, ne leccavo fin le ultime tracce torno torno al bicchiere…Mi piacevano però molto meno l’olio di fegato di merluzzo e l’olio di ricino, alla bisogna, o le iniezioni ricostituenti che mi faceva zio Vincenzino, il marito di zia Rosina, che ogni volta mi diceva sadicamente: “Hai sentito qualcosa? Io non ho sentito niente!” Quanto lo odiavo!
In casa rendevo piccoli servigi: spazzavo,spolveravo,soffiavo per alimentare il fuoco con un ventaglio di paglia davanti alla fornacella (solo più tardi arrivò il fornello a gas!), scacciavo le mosche, prima di socchiudere le imposte, con il sciosciamosche (scacciamosche).
Mi piaceva soprattutto spazzare, ma un giorno che fui troppo zelante, scostando un vecchio cesto di sotto al focolare, mi ritrovai col pavimento invaso dagli scarrafoni (scarafaggi), ne uccisi quanti ne potei con la scopa, furiosa e inorridita, quasi mi fossi scontrata con forze oscure annidate nella casa e pronte a sopraffarmi.
D’estate allargavo la lana sulla loggia di mia zia Rosina: si trattava di estendere i fiocchi di lana dei materassi che, essendo stati lavati, si erano ammassati: un lavoro lungo e faticoso, che però mi piaceva, nonostante alla fine mi dolessero le mani.

mercoledì 23 settembre 2009

VISTA DAL BASSO 4a parte

Non capivo, ma non mi importava, mi piacevano quelle parole per me misteriose, erano la mia cabala, il mio mantra.
Mi scrivevo da sola le preghiere: ero devota di S.Giuseppe, perché mi sembrava un santo un po’ trascurato rispetto agli altri, facevo “i fioretti”, come mi suggerivano le suore, mettendo per es. una caramella in un cassettino che andavo ad aprire ogni tanto, senza abbandonarmi al peccato capitale della gola, che m’avrebbe spinto a scartocciarla e a gustarla…Non so quanto tempo resistessi…
Nella scuola delle suore vidi applicata una pedagogia severa fino alla crudeltà: fioccavano le bacchettate sulle mani degli alunni ad ogni errore o mancanza (a me, così perfettina, mai) e una volta un ragazzo fu portato in tutte le classi con un cappello di carta in testa a forma di cono, dal quale pendevano due orecchie d’asino (pure di carta, ovviamente) e un cartello sul petto dov’era scritto : SONO UN ASINO. Tutti ridevano e lo schernivano, a me fece molta pena.
Gli asini erano animali assai familiari all’epoca, se ne vedevano dappertutto, tiravano ogni specie di carretto, erano detti anche ciucci e ciucci erano chiamati i ragazzi poco studiosi…(facendo torto a quegli amabili animali).
Oggi gli asini sono spariti dalle città e forse anche dalle campagne e per ciuccio
s’intende la tettarella dei lattanti, così come per cellulare ( che una volta significava: furgone per il trasporto dei detenuti) adesso s’intende il telefonino!
Un’altra scena crudele, che mi turbava particolarmente, era questa: una povera vecchia semidemente, che usciva per strada truccata pesantemente, veniva circondata da ragazzi, che la spingevano, le strappavano quasi i vestiti, cantando una canzonaccia:
‘A signora se vò marità /votta ‘o culo accà e allà…
Non ho mai visto nessuno intervenire a difenderla.
E non parliamo della vista raccapricciante delle civette, inchiodate con le ali aperte su alcune porte dei bassi, per buonaugurio, mi spiegarono. Per fortuna era un’usanza che andava scomparendo…
Con le mie sorelle facevo anch’io a volte un gioco crudele: andavamo nei prati, catturavamo le farfalle e le ficcavamo in una buatta (lattina) vuota, che una di noi teneva chiusa con una mano. Quando la buatta era piena si toglieva la mano e quelle volavano via tutte insieme, in un tripudio d’ali colorate, ma naturalmente qualcuna rimaneva asfissiata in fondo alla scatola.
Il nostro gioco preferito era “nel paese dei…”, che consisteva nel metterci in circolo, mia sorella Nina, io e i tre figli di un’amica di mia madre, cantando: “Nel paese dei sarti, i sarti fanno così”, seguiva l’imitazione del sarto che cuce e così via per una serie di lavoratori, ma alla fine – era quello il momento culminante – cantavamo: “Nel paese dei signori, i signori fanno così” e ci cavavamo dalla testa dei vecchi cappelli della signora, che avevamo calzato all’inizio, inchinandoci fino a terra.
L’amica di mia madre era una “vera signora”, benché di modestissima condizione non usciva mai senza cappello e ci teneva a sottolinearlo, e i figli rispettosamente le davano del “voi”, il che ci stupiva, perché noi usavamo il “tu” con i genitori.

lunedì 21 settembre 2009

buon autunno

Cari amici, in particolare Nicola e Rosy, oggi è stato il primo giorno di autunno. Ed è anche la prima volta dopo tanti mesi che riesco trovare l tempo di ricordarvi quanto vi voglio bene! Questo autunno che inizia mi viene da paragonarlo al periodo della nostra vita, un po' triste per certi versi ma pittoresco, ricco di mille sfumature pastello, dolce e amaro al tempo stesso.... cadono le foglie eppure ancora tante rimangono sull'albero ancora solido e bello! Ragazzi cari, buon autunno!!! che sia ricco di serenità, a presto la vostra Pat

domenica 20 settembre 2009

VISTA DAL BASSO 3a parte

La suora a un certo punto fece il dettato e, passando accanto al mio banco, vide con stupore che avevo scritto tutto in bell’ordine, senza fare neppure un errore.
Fui subito promossa al primo banco di un’altra fila e iniziò così la mia brillante carriera scolastica.
Pure un errore lo feci, ma voluto: dopo aver raccontato la strage degli innocenti la maestra ci disse di scrivere dei “pensierini” e quando vide il mio compito, stupita, mi rimproverò: - Come mai avevo scritto il nome di Erode con la lettera minuscola, io, così brava? – Non risposi una parola, non osai dirle che l’avevo fatto per punire quel re così cattivo!
Sulla prima pagina del libro di lettura c’era, in basso, un bambino piccolo piccolo e lungo il bordo un vecchio signore, così alto che la lunghezza della pagina non gli bastava, sicché aveva le spalle e la testa piegati lungo il margine superiore.
La scritta recitava:
Qual è la prima virtù del bambino? L’ubbidienza.
Qual è la seconda virtù del bambino? L’ubbidienza.
La terza ve la lascio indovinare.
L’anno dopo, in terza elementare, ricordo il quadro del re, con la scritta: Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione (un vero ossimoro!) re d’Italia e d’Albania e imperatore d’Etiopia.
Frequentavo il catechismo nella chiesa parrocchiale, lo sapevo tutto a memoria: i sette vizi capitali, le tre virtù teologali le sette opere di misericordia corporale (l’ultima: - seppellire i morti - mi lasciava alquanto perplessa: bisognava scavare? E come?). Molte cose mi rimanevano oscure, come gli atti impuri del sesto comandamento, ma non ero abituata a fare domande ai grandi, mi arrovellavo in silenzio.
Feci la prima comunione quell’anno: Vestita di bianco, con un giglio e una candela in mano e due ali d’angelo appiccicate alle spalle, guidavo la fila delle comunicande, incaricata di leggere una preghiera speciale nel corso della messa, in piedi su una sedia. Dalla commozione, mi tremavano le mani e stavo quasi per cadere, quando una suora se ne accorse e venne ad aiutarmi.
Leggevo tantissimo, dalle favole ai libri Salani a quelli della Scala D’Oro e ai racconti di Anna Vertua Gentile, dove gli operai erano sempre ubriaconi e le mogli scapigliate coi bambini macilenti aggrappati alla veste ad aspettarli fuori dell’osteria, salvati alla fine da ricche dame generosissime.
Lessi e rilessi le fiabe di Andersen, i romanzi di Dickens, i libri della Alcott, ma la pagina che mi segnò più di tutte fu quella dei Miserabili, dove si narra dell’evaso, che, accolto da un prete, lo deruba dei candelieri d’argento: catturato, viene riportato dalle guardie davanti al suo ospite, che afferma d’averglieli regalati e lo fa liberare: fu una grande lezione di bontà e di pietà.
Nella chiesa vicino casa mi attirava in modo particolare una statua di S. Vincenzo, vestito da monaco, con una specie di ricciolo rosso sulla testa, che voleva essere la fiamma della predicazione e in mano un libro aperto, con un’iscrizione in latino: TIMETE DEUM ET DATE ILLI HONOREM.

venerdì 18 settembre 2009

VISTA DAL BASSO 2a parte

quando tornava a casa, raccontava storie favolose, che suscitavano in me invidia e ammirazione: la suora aveva invitato gli alunni a far posto all’angelo custode e allora lei si era seduta in punta al banco, per dare spazio alle ali…
Nina a sua volta era un po’ gelosa nei miei confronti, come spesso accade ai fratelli maggiori, che vedono l’attenzione dei genitori spostarsi sull’ultimo nato, anche se lei restò sempre la preferita di mia madre.
Mi faceva dispetti: una volta mi disse di inginocchiarmi su un’erba speciale ed io come una stupida eseguii e mi ritrovai con le ginocchia e la pelle delle gambe che mi bruciavano: erano ortiche!
Tra lei e me c’era stata un’altra bambina, col mio stesso nome, che era morta ad un anno per un colpo di sole. Disattenzione dei miei genitori? In casa nessuno ne parlava mai, né esistevano sue fotografie, seppi di lei da mia cugina Luisa.
Col tempo capii che ero nata pe’ supponta, per soppiantare la morticina e che mia madre, avendo sperato di avere finalmente il sospirato maschio, era rimasta ancora una volta delusa, io infatti la conobbi già incupita e dolente.
La mia sorella maggiore Giuseppina aveva sette anni più di me, distanza per me abissale: quando io varcavo la soglia dei quattro anni, lei ne aveva già undici, già masticava il latino ( che allora si studiava fin dalla prima media), andava da sola a Montesanto con la ferrovia Cumana per frequentare le medie ( a Fuorigrotta allora c’erano solo le elementari) e favoleggiava di biscotti ripieni di marmellata di amarena, che mi facevano desiderare di diventare grande, per poter assaggiare anch’io tanta leccornia…
Quando finalmente andai anch’io alle medie e potei comprarne, trovai un negozietto polveroso e biscotti ammuffiti, ma intanto era passata la guerra a distruggere miti piccoli e grandi…
Così pure mi deluse la poltrona del Venerabile Nonsochi, collocata nella sacrestia di una vecchia chiesa, dove le ragazze andavano a sedersi prima di affrontare i compiti in classe, per sollecitare aiuto e/o ispirazione: trovai una poltroncina sfondata, ricoperta da un lenzuolo lercio, e non mi sedetti.
A sei anni mia madre si decise a mandarmi a scuola e, siccome sapevo già leggere e scrivere, chiese di iscrivermi direttamente in seconda classe, La direttrice fece qualche obiezione, ma mia madre fu perentoria nella sua richiesta e alla fine fu accontentata senza ulteriori verifiche.
Così mi ritrovai in un’aula enorme, dove c’erano almeno una trentina di bambini e bambine vocianti, distribuiti per file, in quei vecchi banchi formati da una panchetta di legno e da un piano inclinato, col calamaio al centro, riempiti con l’inchiostro in cui intingere la penna col pennino. Nel quaderno avevamo perciò una carta assorbente, con cui asciugare l’inchiostro alla fine di ogni pagina scritta.
La maestra, suor Maria, indispettita dal mio arrivo ad anno scolastico inoltrato, mi mise nella fila degli asini, accanto ad un maschietto, una specie di Franti, che, con mio terrore, faceva grandi macchie d’inchiostro su ogni pagina dei suoi quaderni, senza nemmeno asciugare! Temevo che avrebbe sporcato anche il mio, ma lui , per fortuna, tutto compreso nel suo compito trasgressivo, non mi degnò di uno sguardo

mercoledì 16 settembre 2009

VISTA DAL BASSO 1a parte

Il mio primo ricordo risale ai tre - quattro anni: sono seduta in braccio a mia sorella Nina, una solida ragazzotta di quattro anni più grande di me. Adesso che siamo due rispettabili anziane signore, la distanza tra noi è diventata irrilevante, allora invece era notevole, e tale rimase fino ai miei sedici anni (lei venti), quando uscimmo con i rispettivi fidanzatini (il mio più grande d’età del suo!)
La sediolina è impagliata, di quelle che vendeva ‘a ‘mpagliasegge col suo carrettino, dove aveva ammucchiati fasci di paglia per riparare, con abili mani, le sedie spagliate dei clienti.
Nina (che poi ha ripudiato questo diminutivo del suo nome Anna), come dicevo, era una ragazzetta forte, a differenza di me, sempre esile e gracile, aveva folti e spessi capelli scuri, raccolti in due trecce: ’e corde ‘e viulino, la prendeva in giro mia cugina Luisa, più grande di noi, che, essendo orfana di madre, viveva a casa nostra.
Nina si intruppava in bande di ragazzi che facevano scorribande nella terra (campagna incolta) di fronte a casa nostra e so che andavano perfino a rubare
‘e sciuscelle (le carrube) dal sacco dell’asino…
Io ero una bambina solitaria, non frequentavo la scuola materna e passavo gran parte del mio tempo seduta sul davanzale della finestra (abitavamo allora al pianterreno di un isolato delle Case Popolari del quartiere napoletano di Fuorigrotta), dietro le mezze persiane chiuse, al di sopra delle quali guardavo la strada, i passanti, i carretti tirati da asini o cavalli che si lasciavano dietro scie di meta, ‘e mpagliasegge e il gioco sapiente delle loro mani, che mi incantava, la contadina che si tirava dietro la capra legata a una corda, di cui vendeva il latte,
d’estate il carrettino del gelataio, che rimestava ghiaccio e limone in una specie di pentola di rame, traendone deliziosi - per il nostro palato - sorbetti, d’inverno il carrettino del venditore d’e cuoppe ‘e allesse (involtini di castagne lesse). A volte passava l’esequia (il corteo funebre), con i lugubri uomini incappucciati delle confraternite al seguito e, una volta all’anno, alla fine di aprile, tra lo sventolio delle più belle coperte appese ai balconi, la processione per la festa di S.Vitale, protettore del quartiere: su un camion addobbato per l’occasione avanzavano, traballando, le statue dell’intera famiglia del santo, la moglie Valeria e i due figli Gervasio e Protasio, tutti, lui compreso, con la palma del martirio in mano.
Fuorigrotta, (Forerotta), il quartiere in cui ero nata ed abitavo, era allora un vero e proprio paese agricolo, separato dalla città da tre grotte: l’antica cripta neapolitana, oggi chiusa, e quelle che lo collegavano a Mergellina e che oggi si chiamano Galleria Laziale e Tunnel delle IV Giornate.
La chiesa di S. Vitale, in seguito abbattuta quando Mussolini volle la bonifica del quartiere per la costruzione della Mostra d’Oltremare, aveva nell’atrio la tomba di Giacomo Leopardi, poi trasferita a Mergellina, accanto alla tomba di Virgilio.
Mia sorella Nina frequentava già la scuola elementare, presso le Suore d’Ivrea:

lunedì 14 settembre 2009

L'IRONIA NEL SUO MIGLIOR STILE

A proposito di influenza suina un interessante documento dal Brasile:

L'IRONIA NEL SUO MIGLIOR STILE

2000 persone contraggono l'influenza suina e ci si mette la mascherina...
25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo...


PANDEMIA DI LUCRO

Che interessi economici si muovono dietro l'influenza suina?
Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria, i notiziari di questo non parlano...
Nel mondo, ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi..
I notiziari di questo non parlano...
Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano la morte di 10 milioni di persone ogni anno.
I notiziari di questo non parlano...
Ma quando comparve la famosa influenza dei polli... i notiziari mondiali si inondarono di notizie... un'epidemia e più pericolosa di
tutte, una pandemia!

Non si parlava d'altro, ciò nonostante questa influenza causò la morte di 250 persone in 10 anni...
25 morti l'anno!!

L'influenza comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo.
...Mezzo milione contro 25.

E quindi perché un così grande scandalo con l'influenza dei polli?
Perché dietro questi polli c'era un "grande gallo".
La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu,vendette milioni di dosi ai paesi asiatici.
Nonostante il vaccino fosse di dubbia efficacia, il governo britannico comprò 14 milioni di dosi a scopo preventivo per la sua popolazione.
Con questa influenza, Roche e Relenza, ottennero milioni di dollari di lucro.

Prima con i polli, adesso con i suini: e così adesso è iniziata la psicosi dell'influenza suina. E tutti i notiziari del mondo parlano di questo.

E allora viene da chiedersi: se dietro l'influenza dei polli c'era un grande gallo, non sarà che dietro l'influenza suina ci sia un "grande
porco?".

L'impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu.
Il principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio sinistro, Donald Rumsfeld, segretario della difesa di Gorge
Bush, artefice della guerra contro l'Iraq...
Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani... felici per la nuova vendita milionaria.
La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari della salute...

Se l'influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione, se la Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla
cinese Margaret Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per
combatterla?

domenica 13 settembre 2009

TRACCE

Ancora resistono tracce
di quell'amore andato a male
quando la mano del crepuscolo
gronda malinconica e stringe il cuore:
sgomento al vuoto delle ore
che incalzano mute
dalla soglia di polvere
prima di riversarsi in sonno
e smanie, grumi di sogni e presagi
di sudario nel lenzuolo che t'avvolge...

di R.L.

martedì 8 settembre 2009

PIU' LUCE

Sprigiona a volte il dolore
un grido
che mi risuona a lungo
nella testa
(luce più luce vorrei come Goethe
moribondo)
altro dolore mi annega in un silenzio
senza remissione
come questo dove affondo
giorno dopo giorno
nero e cedevole
un silenzio che inghiotte parole
e perfino intenzioni di parole
che rade l'anima d'ogni
spessore
pensiero sogno o chi sa
un silenzio dal quale
non si può risalire
un silenzio non - luce
non - colore: il silenzio
della mia esistenza...

domenica 6 settembre 2009

Di ritorno ....

Ciao Rosy, ciao Nicola .... ciao amici tutti!
Eccomi di ritorno dalle mie vacanze ...
e da qui .... si ricomincia ...

Un abbraccio, Flo

mercoledì 2 settembre 2009

GRIGLIATA CONDOMINIALE :-))





Ci abbiamo messo degli anni per realizzare questo progetto: tutti insieme appassionatamente nel cortile-giardino per una giornata di comunione condominiale:-)
Si sa nei condomini non sempre si è daccordo, soprattutto alle assemblee dove si discute sempre per ore ed a volte si litiga, non ci si saluta per un bel pò di tempo, poi passa per fortuna. L'idea fu lanciata anni fa da M. uno dei nostri amici, ne è passata di acqua sotti i ponti del Po, alcuni hanno cambiato casa, altri sono arrivati un pò più giovani, con più entusiasmo ed allora C. ed R. hanno finalmente iniziato la diffusione di locandine in bacheca, titolo: grigliatona condominiale! Cari compagni di merenda è stato bello, una giornata incantevole in tutti i sensi, si è riso, discusso, mangiato, ma soprattutto è regnata l'armonia di un intero edificio. Devo confessarlo, mi sono scatenata, applaudendo i cuochi, gli addetti ai lavori e perchè no, anche me stessa:-) Inizio ore 10, fine ore 20,30, sempre a scherzare, con qualcuno che ogni tanto spariva per ricomparire con dolcetti torte e varie. Sì, è stato bello:-)